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lunedì 30 gennaio 2012

Tempi di crisi [Approfondimenti]

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http://www.zic.it/zic/articles/art_3586.html


Tempi di crisi [Approfondimenti]
Dalla crisi finanziaria al crollo del sistema bancario americano

Intervista al Professor Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea e Geografia politica economica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa. Ha pubblicato diverse monografie e numerosi articoli. Collabora con “Il Tirreno”, “Il Manifesto”, “Nigrizia”. Tra le sue pubblicazioni più recenti “La fine della globalizzazione?”, Pisa, BFS, 2005, “Mappamondo Postglobale”, Milano, Terre di Mezzo, 2007, “Senza Misura. I limiti del lessico globale”, Pisa, BFS, 2008.

crisi 
Da qualche settimana la crisi finanziaria è diventata, improvvisamente, il principale argomento di quotidiani, telegiornali, riviste. Tutti parlano di una crisi di proporzioni enormi, senza precedenti nella storia dell’economia mondiale. Quali sono, secondo lei, le cause di un evento di tale portata? Si tratta di una crisi congiunturale, legata a poche, fortuite, circostanze verificatesi negli ultimi anni, o si tratta piuttosto di una crisi strutturale, che affonda le proprie radici in quelle che sono le caratteristiche del sistema economico attuale?

Il vero problema a monte di questa crisi è che si tratta di un fenomeno strutturale e non congiunturale, cioè di una crisi che ha a che fare con una trasformazione profonda di un sistema di produzione che ormai è difficile definire capitalistico. Perché è una crisi strutturale? Perché evidentemente nei prossimi anni ci troveremo di fronte a una realtà che non è più quella del passato. Non lo è più e non tornerà più ad esserlo. Questa crisi strutturale nasce intorno agli anni ’90. Le premesse sono in questi anni e sono legate alla finanziarizzazione dell’economia. Il predominio dell’economia finanziaria è certificato dai numeri in modo impressionante: basti pensare che il valore nominale dei titoli derivati, che indicano tutto ciò che ha a che fare con la finanza o con un pezzo significativo di essa, certificato dalla Banca d’Italia, è di 350 mila miliardi di dollari, quando il prodotto interno lordo dell’insieme dei Paesi di questo pianeta arriva a malapena a 60 mila miliardi di dollari. È quindi chiara una spaventosa sproporzione che non è sempre esistita: se prediamo i dati a metà degli anni ’80 ci accorgiamo che il volume complessivo del valore delle transazioni finanziarie era di poco inferiore al P.I.L. reale. Anche nel caso italiano fino a metà degli anni ‘80 i salari costituivano la metà del P.I.L. Oggi i salari costituiscono meno del 20% del P.I.L., quindi è chiaro che c’è stata una finanziarizzazione che nei numeri è evidentissima.

Lei crede dunque che la crisi odierna sia il risultato della massiccia finanziarizzazione dell’economia verificatasi negli anni ’90. Ma cosa intende concretamente per finanziarizzazione? Quali sono le cause di questo fenomeno?

La finanziarizzazione trova la sua causa in due elementi fondamentali: il primo è il moltiplicarsi dei soggetti finanziari nel corso degli anni ’90. Con la creazione del W.T.O. si decide che possono fare finanza una serie di soggetti che prima non potevano farlo, per esempio le banche. Oggi il grosso del mercato finanziario non passa attraverso le borse ma attraverso le banche.
Questa è stata una scelta per cui si è ritenuto, a mio avviso in maniera abbastanza chiara, che la produzione di ricchezza da parte dell’economia reale non era in grado di assicurare la crescita esponenziale della ricchezza dell’intero pianeta e si è pensato perciò che la produzione della ricchezza dovesse spostarsi dal settore dell’economia reale a quello della finanza. Per far questo c’è stato bisogno di nuovi soggetti abilitati a fare finanziarizzazione: le banche.
Le banche italiane, fino al testo unico del ’93, facevano una cosa sola: prestavano denaro a medio termine Non potevano avere partecipazioni azionarie e non potevano essere partecipate se non in misura minima. C’era una netta distinzione fra le banche d’investimento, ovvero le banche d’affari che erano rappresentate solo da Mediobanca, e il sistema del credito ordinario rappresentato da tutte le altre banche, che fino a quella data erano pubbliche o para-pubbliche. Dal ’93 si è deciso che le banche possono produrre e vendere titoli, cioè costruire i propri fondi composti da titoli e venderli, svolgendo una funzione di intermediazione finanziaria, trasformandosi così in un negozio finanziario. Qui possiamo osservare un primo elemento carico di conseguenze culturali: prima la persona che si recava in banca poteva solamente ritirare i depositi, lo stipendio o fare un versamento. Dalla metà degli anni ’90 si è trovata a entrare direttamente in “Borsa”. Le banche hanno iniziato a proporre, tramite i propri sportellisti, titoli finanziari, ma le persone che si affacciavano a questi settori non avevano la cultura per comprendere la natura finanziaria di ciò che gli veniva proposto: entrare nel giro colossale della borsa tramite l’acquisto di fondi.

Quali sono stati, concretamente, i primi effetti di questa trasformazione?

Questi cambiamenti hanno prodotto due effetti: il primo è la trasformazione della natura delle banche, diventate un soggetto finanziario e quindi l’allargamento del recinto dei soggetti finanziari, ma anche dei soggetti finanziarizzati. I soggetti a cui è rivolta la borsa non sono più quelli di prima, quei 20-30mila soggetti che facevano finanza in modo professionale, ma diventano i milioni di persone che vanno in banca. Un dato impressionante al riguardo ci è fornito da Lehman Brother’s, la quale ha avuto rapporti abbastanza circoscritti nel sistema finanziario italiano, ma nonostante ciò ha creato un buco da 4,5 miliardi di Euro. Ciò vuol dire che i risparmiatori italiani erano coinvolti nel rapporto con Lehman Brother’s per varie forme, ad esempio perché venivano venduti titoli di L.B. oppure perché le banche italiane avevano fondi d’investimento correlati a L.B..
Il secondo elemento, a mio avviso ancora più determinante, è il cambiamento del modo di fare finanza. Questo nuovo modo di fare finanza ha stravolto il normale funzionamento del capitalismo, perché si basa su elementi sostanziali, che rendono difficile la soluzione del problema.

Da un lato dunque un aumento dei soggetti che producono finanza, prime fra tutti le banche, dall’altro un aumento dei destinatari di questa finanza. Come è stato possibile realizzare cambiamenti tanto rilevanti? Come, soprattutto, è stato possibile trasformare milioni di piccoli risparmiatori, legati a banche di credito, in tanti operatori finanziari?

Fondamentalmente in due modi: da un lato permettendo l’indebitamento. Questa finanza si basa in maniera gigantesca sulla capacità di indebitamento o, meglio, sull’accrescimento forzato della capacità di indebitamento dei soggetti. A metà degli anni ‘90, negli Stati Uniti, se una persona aveva un reddito di 30-40 mila dollari all’anno e voleva acquistare una casa di 700 mila dollari, la banca non accendeva il credito, non ritenendolo solvibile. Tuttavia se questa tipologia di soggetti non può acquistare case, titoli azionari, obbligazioni il sistema non cresce perché non ci sono i consumatori. E’ necessario quindi l’abbassamento di questa soglia per permettere di entrare nella partita non soltanto a quella élite professionale di cui prima si parlava, ma anche ad una serie di nuovi “giocatori”. Tutto questo, tra l’altro, è funzionale al rimodellamento dello stato sociale americano. È chiaro che l’eliminazione di questo ha costretto il soggetto a costruirsi una pensione tramite un fondo, e se questo si fa con titoli di borsa, è necessario permettere a questo soggetto di acquistare quei titoli che faranno poi parte del suo fondo pensione. Il problema è: come si fa? Se non ha i soldi si deve indebitare per comprarli. Questo è il primo pezzo del ragionamento, che ha moltiplicato l’effetto leva.

Cosa intende con “effetto leva”?

Intendo la possibilità, avendo due, di acquistare quindici, cosa prima assolutamente vietata. Ma la riflessione non è chiara se non aggiungiamo il secondo aspetto che ha consentito di allargare il numero dei soggetti finanziari. Se io sono una banca e mi si presenta un soggetto non solvibile, con un reddito annuo di 30-40 mila dollari che si vuole comprare una casa da 700 mila dollari, come faccio a rendere un soggetto così marcatamente indebitato sostenibile per una banca? Con un’operazione che si chiama distribuzione del rischio.

Di che si tratta?

Semplificando, la banca che fa il prestito lo fa al 7%. Ovviamente però nel momento in cui concede questo prestito, decide di cedere ad un terzo soggetto, attraverso un meccanismo chiamato cartolarizzazione, una parte di quel debito. La banca che avanza un credito di 700 mila dollari nei confronti del soggetto che paga il 7%, cede parte del debito a un altro soggetto finanziario, il quale paga un interesse del 2%. Il secondo soggetto finanziario cederà a sua volta parte del credito a un terzo soggetto, a interesse ancora minore. Si distribuisce in questo modo il pericolo che la persona non sia in grado di restituire il debito.
Tutto ciò era garantito da due agenzie, Fannie Mae e Freddie Mac, che emettevano una garanzia sul complesso di queste operazioni. Tutto questo sistema si basava sul presupposto che la persona che aveva contratto il debito originario pagasse. Il fulcro dell’operazione era convincere tutto il sistema ad avere meno paura, meno percezione del rischio: visto che sono tanti i soggetti che si dividono il debito e che ci sono Fannie e Freddie a garantire il sistema, la persona deve solo occuparsi di pagare il tasso annuale e tutto funziona.

Che cosa, invece, non ha funzionato?

A questo punto è successo che la crisi dei mutui sub prime ha fatto sì che qualcuno si sia reso conto che il gioco era diventato troppo grosso. Questo qualcuno è il mercato immobiliare americano e questo è il passaggio fondamentale: le case, sul mercato americano, hanno iniziato ad avere un prezzo meno alto di quello che ci si aspettava. La persona che ha contratto il debito era convinta che nel giro di tre anni la sua casa sarebbe valsa non 700 mila dollari ma 1.200 mila dollari e questa garanzia di aumento di prezzo incoraggiava il debitore originario a sostenere l’aumento del tasso d’interesse. Nel momento in cui la naturale saturazione del mercato delle case ha bloccato gli aumenti di valore riportandoli sui 720-750 mila dollari, è chiaro che tutti quei soggetti legati alla catena hanno iniziato a scricchiolare, iniziando ad avere la percezione che il gioco non funzionasse più.
Si è così innescata questa spirale progressivamente negativa che ha imballato il sistema, sistema dove la pratica della distribuzione del rischio era talmente marcata - Freddie e Fannie hanno venduto una parte di questi mutui alle banche europee, alla banca centrale cinese - che c’è stato un processo di contaminazione del sistema che ha portato ad una generale diffidenza e sfiducia fra i vari attori finanziari. Il famoso “rischio della controparte”, che è uno dei sistemi su cui si basa il funzionamento del sistema bancario, a questo punto è altissimo, perché nessuna banca è disposta in questo momento a fare prestiti ad altre banche. La conseguenza è che la crisi di liquidità diventa pesantissima.

Ricapitoliamo un momento: la banca concede a me, piccolo risparmiatore, un prestito molto grosso per comprarmi una casa, distribuendo poi il proprio credito ad altri soggetti finanziari, in modo da distribuire il rischio di insolvenza. Il mercato del mattone si blocca, le case si svalutano e questo aumenta il rischio che io non saldi il mio debito. Questo diffonde insicurezza tra tutti quei soggetti che si sono distribuiti il mio debito, e nessuno presta più soldi a nessuno. Crisi di liquidità. Quali sono state le conseguenze più immediate di questa crisi di liquidità?

Il dato più emblematico di questa difficoltà ci è fornito dal fallimento dalle grandi banche d’investimento. Ma perché Lehman Brother’s, Merryl Linch, Morgan Stanley sono andate in profonda crisi e ora anche Goldman Sachs ha qualche problema? Perché queste hanno una differenza fondamentale rispetto alle banche commerciali: vivono vendendo le loro obbligazioni, cioè trovano soldi vendendo obbligazioni sul mercato e con quei soldi finanziano le proprie operazioni finanziarie. Tuttavia, nel momento in cui le banche d’investimento emettono le loro obbligazioni e nessuno gliele compra perché ogni banca è terrorizzata per il fatto di avere migliaia di questi mutui che rischieranno di non esser pagati, è chiaro che anche le banche d’investimento iniziano a fallire.

Come la crisi che ha investito banche d’investimento, potrà riversarsi sui medi e piccoli risparmiatori?

La crisi partita dalle banche d’investimento non è ancora arrivata alle banche commerciali ma ci arriverà, tanto è vero che il governo americano è entrato in nove delle principali banche americane commerciali e non d’investimento. La crisi è partita dalle banche d’investimento perché queste sono le più esposte a crisi di liquidità, scontano il fatto che tutte le banche come CitiGroup hanno fatto prestiti al signor x, che sanno che non pagherà, e questo provoca quella catena di sfiducia di cui si è parlato. Queste ultime non sono più disposte a prestare soldi alle banche d’investimento, che per questo crollano, costringendo il governo americano a far partire il piano Paulson.

Questo piano costituisce il tentativo da parte del governo americano di superare la crisi. Pensa che possa essere efficace o crede che siano necessari altri tipi di interventi?

Il vero problema è che oggi abbiamo pochissimi strumenti per arginare la crisi. Vedo una difficoltà profonda nell’affrontare la crisi perché, banalmente, la politica monetaria, che è uno strumento tipico per uscire da queste crisi, in questo momento è assolutamente inutile. Il tasso d’interesse attuale della Banca Centrale Americana è dell’1,75%, quindi il denaro è praticamente gratis. Nonostante questo, se si controlla l’indice hibor, indice di interscambio tra le banche, oggi è al 7-8%: chi si approvvigiona alla banca centrale non fa girare il denaro ma lo tiene per sé, nella speranza di risanare i propri conti. Quindi il denaro non circola più, e in Europa è altrettanto evidente. Il tasso della Banca Europea è 3,75% e l’euribor è al 5%. Se questo è così basso vuol dire che le banche non si muovono più, che il credito non funziona più, che non c’è liquidità.
Le iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali sono state gigantesche ma le difficoltà sono molte e la politica monetaria non funziona: il piano Paulsen è di 800 miliardi di dollari, ma è evidente che non è sufficiente perché il governo americano, fatta la prima tranche di 250 miliardi dollari, è dovuto entrare in nove banche. L’Europa - alle volte questo lato è dimenticato - in tre settimane ha messo a disposizione delle banche 2.250 miliardi di dollari. Io mi domando: ma prima dov’erano questi soldi? Quando si trattava di fare una manovra finanziaria da un miliardo di euro pareva cosa impossibile e ora in tre settimane sono stati dati 2.250 miliardi di dollari che sono l’equivale del P.I.L. annuale di Italia e Spagna. Non è ancora chiaro se questo sforzo riuscirà a sanare le banche. Il fatto che un fondo sovrano libico riesca ad entrare in Unicredit è sintomatico. Vi ricordate cos’è successo tre anni fa quando dovevano arrivare gli spagnoli in B.N.L. e in Italia è scoppiata una vera rivoluzione culturale, a difesa dell’italianità di B.N.L.? Oggi i Libici sono entrati nella principale banca italiana, una delle più grandi in Europa, e sono i secondi azionisti dopo Cariverona, con il 5% delle azioni, vanno in consiglio di amministrazione, votano, decidono le sorti. Tutto questo, perché è evidente che Unicredit non ce la fa, e il decreto che ha fatto il governo italiano a salvataggio delle banche non ha copertura finanziaria.

Secondo lei, dunque, il processo di finanziarizzazione, oltre ad essere il responsabile della crisi attuale, ci ha privato di ogni tipo di strumento in grado di superare questa crisi.

Questo sistema di democratizzazione della finanza ha superato la dimensione stessa del processo. Il mercato finanziario, storicamente basato sulla nozione di rischio, funziona nel momento in cui c’è una percezione del rischio legato all’investimento fatto. Se faccio un investimento al 12% so che il rischio equivale al 12%, diverso da un rischio dell’1%. La democratizzazione della finanza aveva l’illusione di poter garantire la capacità di indebitamento collettivo attraverso la moltiplicazione degli strumenti, la moltiplicazione dei derivati. Questo ha prodotto un disastro.

Capitalismo tossico: tutti i nodi di una crisi strutturale

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http://temi.repubblica.it/micromega-online/capitalismo-tossico-tutti-i-nodi-di-una-crisi-strutturale/?printpage=undefined


Capitalismo tossico: tutti i nodi di una crisi strutturale

La sostanziale inadeguatezza delle ricette messe sinora in campo per uscire dalla crisi riposa su analisi e interpretazioni a loro volta inadeguate. Nel libro “Capitalismo tossico” di Bertorello e Corradi (Edizioni Alegre) si indagano le ragioni strutturali di una crisi al tempo stesso "classica e inedita".
di Marco Zerbino
Economisti e uomini politici, è noto, tendono solitamente a concentrarsi sul breve periodo. I rapporti sull’andamento dell’economia globale pubblicati dai grandi organismi internazionali e dai grandi istituti di ricerca hanno cadenza semestrale, trimestrale, talvolta addirittura mensile, impegnati come sono nel tentativo spasmodico di “auscultare” i mercati, di monitorarne ogni movimento, ogni segnale di incertezza o di ripresa. Ciò è tanto più vero nel contesto attuale di crisi, quando un mezzo punto di Pil in più o in meno può essere determinante nel giustificare analisi e risposte diverse alla domanda delle domande, quella che si ripropone costantemente nelle esternazioni dei capi di governo, negli editoriali dei principali quotidiani e nei commenti televisivi degli esperti: è finita? La crisi economica annunciatasi nel 2007 e poi scoppiata in maniera eclatante nel settembre del 2008 è alle nostre spalle? Oppure il peggio deve ancora venire?
Secondo Marco Bertorello e Danilo Corradi – autori del volume "Capitalismo tossico. Crisi della competizione e modelli alternativi" (Alegre, Roma 2011, pp. 192, € 16,00, con una postfazione di Riccardo Bellofiore) – un simile approccio analitico di breve respiro manifesta tutti i suoi limiti nel momento in cui, terminata l’auscultazione del malato a rischio di cronicizzazione, l’economia mondiale, si passa a tentare di mettere a punto una cura in grado di ridargli salute e vigore. Quella che i due autori identificano come la sostanziale inadeguatezza delle ricette messe sinora in campo per uscire dalla crisi riposa in effetti su analisi e interpretazioni della stessa la cui parzialità interessata costituisce un ostacolo oggettivo sulla via della comprensione dei problemi, come anche su quella della definizione delle soluzioni. Quando le questioni in gioco sono così importanti e pregne di conseguenze per milioni di esseri umani, volare basso, accontentarsi della superficie, può senz’altro risparmiare fatiche e inquietudini, come anche sarcasmi e gravose responsabilità. Avvertiamo da subito il lettore che, al contrario, la “soluzione” alla crisi economica globale proposta da Bertorello e Corradi non è di quelle facili, anzi può apparire oggi tutt’altro che a portata di mano, incentrata com’è su una messa in discussione del capitalismo stesso come sistema economico che lega la produzione e la soddisfazione dei bisogni umani al perseguimento del profitto. Eppure, si tratta di un’indicazione che ha senz’altro il pregio di venire alle prese, senza reticenze, con alcuni nodi fondamentali.
Cappuccetto Rosso Impresa e il Lupo Cattivo Finanza
La grande maggioranza degli economisti, tanto quelli di provata fede liberista quanto quelli di matrice neokeynesiana, di fronte allo scoppio eclatante della crisi hanno concentrato la propria attenzione sulle condotte eccessive e irresponsabili del mondo finanziario. Nei giorni in cui diversi istituti di credito hanno cominciato a scricchiolare sotto la pressione dell’insolvenza dei detentori di mutui subprime, e ancor più quando la crisi si è palesata in tutto il suo carattere devastante con il fallimento della Lehman Brothers, persino coloro che fino a poche settimane prima avevano difeso senza batter ciglio la capacità della finanza di generare benessere per tutti e di favorire l’arricchimento anche degli strati inferiori della società hanno dovuto ammettere che sì, in effetti, le grandi entità del mondo finanziario negli ultimi vent’anni avevano goduto di una manica un po’ troppo larga. Chi aveva appena smesso di dichiarare che «“questa volta”, la medaglia non aveva rovescio, che questa volta il fato era vinto», secondo il tipico adagio già stigmatizzato da Karl Marx più di 150 anni fa [1], chi non aveva perso occasione per teorizzare la capacità dell’economia di mercato di raggiungere una situazione di perfetto equilibrio e per ufficializzare la definitiva chiusura dell’era delle depressioni economiche cicliche, si trovava ora a dover fare i conti con la cruda realtà di una crisi sistemica. Partiva quindi la caccia alla “mela marcia”, di volta in volta identificata con la scarsa regolazione dei mercati finanziari, con le agenzie di rating, le grandi banche, i prodotti derivati o anche, con estremo semplicismo venato di moralismo, con la scarsa responsabilità etica degli operatori economici.
Ben pochi, tuttavia, facevano lo sforzo di considerare gli eventi che precipitosamente avevano condotto all’esplosione dell’ennesima bolla finanziaria all’interno di un quadro più ampio, adottando cioè quello «sguardo da lontano» – le regard éloigné di lévi-straussiana memoria – che Bertorello e Corradi ritengono imprescindibile per comprendere veramente la natura dell’attuale congiuntura economica mondiale. Allontanare l’obiettivo, evitare di soffermarsi in maniera troppo ravvicinata su particolari e dettagli in ultima analisi contingenti, è in effetti fondamentale per far emergere il carattere strutturale della crisi, cioè per andare oltre la vulgata che oppone la «sana» economia reale ad un mondo finanziario «malato» o, secondo l’efficace espressione di Giovanni La Torre, un «Cappuccetto Rosso Impresa» a un «Lupo Cattivo Finanza».
Ma cosa significa dire, come fanno i due autori in linea con quanto spiegato anche da altri economisti di orientamento marxista, che la crisi scoppiata nel 2008 è «strutturale»? Di certo non significa preconizzare «una fine del capitalismo per auto-esaurimento. Una crisi definitiva del capitalismo è per definizione una crisi politica combinata all’emergere di un’alternativa. […] Intendiamo semmai descrivere la crisi come una recessione economica che determina il tramonto di un modello di accumulazione, di un sistema di regolazione e di una gerarchia geopolitica non più estendibili». Significa, in sostanza, far rilevare come l’attuale crisi sia «classica e inedita» allo stesso tempo. Classica, perché presenta molti tratti in comune con le altre recessioni cicliche che il capitalismo ha attraversato nella sua storia ormai secolare. Recessioni la cui origine è in ultima analisi riconducibile a un «eccesso di capitale in presenza di bisogni sociali inevasi crescenti». Per questa via, l’attuale crisi altro non è che una «classica» crisi di sovrapproduzione capitalistica. Ma si tratta anche di una crisi inedita, perché basata su quella «sussunzione reale del lavoro alla finanza e al debito» (secondo la formula coniata dall’economista Riccardo Bellofiore) che, a partire dalla metà degli anni ’90, ha consentito di continuare a ridurre i salari senza ridurre i consumi dei salariati.
Una crisi classica e inedita allo stesso tempo
Il modello di accumulazione le cui contraddizioni sono esplose nel 2008 trova a sua volta origine in una crisi, quella del 1973-74, che palesava l’impossibilità di estendere ulteriormente su basi profittevoli il modello precedente, di stampo keynesiano, sperimentato durante i cosiddetti «trenta gloriosi» (1945-1975). La doppia pressione esercitata sulla redditività del capitale da un lato dall’eccesso di forze produttive e, dall’altro, dall’aumento progressivo dei salari, che nel dopoguerra conquistano quote crescenti di profitto, è, secondo i due autori, la vera causa della crisi di metà anni ’70. Il rincaro del prezzo del petrolio ha in questo contesto tutte le caratteristiche di una semplice aggravante o, meglio, di un detonatore che fa esplodere contraddizioni in realtà già molto mature (un ruolo paragonabile a quello svolto nel 2008 dai mutui subprime). Il sistema si trova, una volta di più, alle prese con il problema di dover rialzare il saggio di profitto, che in realtà è cominciato a scendere ben prima del 1973, e lo fa in maniera particolarmente brutale, favorendo cioè l’avvento di quel nuovo modello di accumulazione, «barbaro e moderno contemporaneamente», che prenderà il nome di globalizzazione neoliberista. La principale «controtendenza» messa in atto dal capitale è quella consistente nell’«aumento del saggio di sfruttamento sul salario diretto e indiretto. Sono le grandi ristrutturazioni industriali degli anni ’80, le privatizzazioni e il ridimensionamento dello Stato sociale degli anni ’90 la leva principale di questo processo». Una gigantesca redistribuzione al contrario della ricchezza che, tuttavia, ottiene inizialmente i suoi scopi: la crisi di metà anni ’70 viene superata e, a partire dalla metà degli anni ’80, il saggio di profitto ricomincia a risalire. Ma il nuovo modello nascondeva in realtà delle contraddizioni enormi: come allontanare in effetti lo spettro di una nuova crisi di sovrapproduzione, tanto più concreto in presenza di una massa salariale decrescente e di un conseguente ristagno dei consumi? È proprio qui, in stretta connessione con le dinamiche e le contraddizioni dell’economia reale che si situa, come rilevano Bertorello e Corradi, l’origine di quella finanza «sregolata» ma «politicamente governata» che «è stata il modo singolare ma efficace per rispondere alla tendenza alla stagnazione da domanda che è l’altra faccia della precarizzazione del lavoro. […] Si afferma un nuovo sistema finanziario che non solo svolge il consueto ruolo di leva, ma che crea un “effetto ricchezza” su cui è possibile allargare il debito privato delle aziende e dei consumatori». Le ragioni della crisi, come è stato ben evidenziato da Bellofiore, risiedono precisamente «in un’interazione tra ristrutturazione dei processi di estrazione di plusvalore, da una parte, e inclusione subalterna delle famiglie dentro il capitale, dall’altra». Alla luce di queste considerazioni, emerge come non sia poi così corretto parlare di una «crisi provocata dai titoli tossici. […] È stato il capitalismo a essere nel suo complesso tossico e a generare quelle tossine finanziarie funzionali a superare i limiti raggiunti nella precedente fase di espansione. Siamo dunque di fronte ad una sorta di lungo rinvio di problemi strutturali che non potevano che riemergere con una intensità superiore».
Goodbye Schumpeter
Ad analisi e interpretazioni della crisi parziali non possono che corrispondere risposte parziali. L’attenta disamina che Bertorello e Corradi conducono, nelle pagine centrali del volume, delle risposte messe in campo dall’establishment politico ed economico per superare la crisi sembra in effetti confermare il loro assunto di partenza. Nell’epoca del capitalismo dopato, in cui la “sana” economia reale sembra avere un disperato bisogno della droga del debito per continuare a fare profitti, gli appelli alla regolazione finanziaria rischiano di risolversi in null’altro che petizioni di principio. Le vicende legate alle trattative per l’accordo di Basilea 3 e al tentativo, fallito, di introdurre nuove regole stringenti per la finanza rimandano in definitiva alla natura di un sistema economico in cui il ruolo del credito è sempre più consustanziale alle dinamiche della crescita. Né appare convincente, secondo i due autori, l’insistenza di tanti economisti e policy-makers sulla necessità di affidarsi alla ricerca e all’innovazione per imitare casi virtuosi come quello della Germania, ovvero per «ricentrare» l’economia sulla produzione manifatturiera ad alto valore aggiunto anziché sulla speculazione. Alla discussione critica dell’«illusione tedesca» Bertorello e Corradi dedicano diverse pagine, argomentando in direzione opposta a chi sostiene una possibile generalizzazione di quel modello e una sua replicabilità da parte di altri paesi. E questo non solo perché la Germania è caratterizzata da assetti e specializzazioni produttive costruite nel corso di decenni e difficilmente imitabili da economie strutturalmente molto più deboli come, ad esempio, quella italiana, ma anche perché una generalizzazione del modello tedesco, tutto incentrato sulle esportazioni, porrebbe il problema dei livelli della domanda: «di una sola Germania si vedono gli sbocchi commerciali, di tante invece no».
Più in generale, dietro l’inadeguatezza e la scarsa efficacia delle politiche volte a contrastare la crisi messe in atto da governi e istituzioni economiche internazionali si cela una contraddizione che i difensori dell’attuale sistema non hanno, del tutto comprensibilmente, alcuna voglia di affrontare. Per sopravvivere il capitalismo contemporaneo deve puntellarsi in diversi modi, non ultimo quello del ricorso alla droga finanziaria: «È un meccanismo in costante affanno che fatica a trovare nuove terre vergini da assoggettare, da mettere a valore, mentre quelle vecchie sono state ormai spremute al punto da non essere in grado di rilanciare periodi di prosperità». Non solo: il capitalismo contemporaneo deve smentire le sue leggi fondanti: «il libero mercato agisce con le sue regole su tutti i fattori eccezion fatta per il grande capitale e l’impresa, esonerati dal farsi carico degli effetti di leggi presentate come universali». Secondo i due autori è il tramonto definitivo della schumpeteriana «distruzione creatrice»: lo sviluppo del capitale ha prodotto oggi imprese too big to fail, troppo grandi per fallire, secondo l’espressione divenuta di uso comune nel dibattito pubblico all’indomani dell’esplosione della crisi finanziaria: «dalla distruzione che dava nuovo vigore ai meccanismi di accumulazione si è giunti al divieto di distruggere per continuare a traccheggiare, per evitare il peggio». È l’avvento di un nuovo modello di impresa che rinuncia ad un ruolo attivo e, appunto, creativo, e che scarica tutti i restanti costi sugli altri fattori, lavoro in primis. La ricerca costante del costo minore produce la messa all’asta del lavoro su scala internazionale. Un lavoro, va da sé, sempre più indebolito e frammentato, bersaglio privilegiato di un modello di impresa ben esemplificato dalla Fiat di Marchionne e dal ricatto “occupazione in cambio di diritti” che gli operai di Pomigliano e Mirafiori hanno rispedito al mittente con i referendum dello scorso anno.
Quale via d’uscita?
Quanto appena detto significa che il capitalismo odierno è sempre più severo, sempre più esigente, sempre meno disposto a concedere riforme o redistribuzioni di sorta. Se è la logica della competitività estrema quella che tende a prevalere, affermando una centralità dell’impresa che fagocita nel vortice dell’impoverimento settori sociali sempre più estesi, e se è nello spazio globale che si attuano i processi di valorizzazione del capitale basati sulla costante compressione dei costi, ne consegue che anche la risposta, che per Bertorello e Corradi consiste fondamentalmente nel «far emergere una nuova parzialità», quella del lavoro, va pensata su scala globale. Si tratta cioè di introdurre il tema della «soggettivizzazione di un nuovo proletariato che costringa gli altri a farvi i conti, a misurarsi con interessi insopprimibili a cui il sistema deve saper dare risposte, cosicché la crisi non sarà più endogena ai meccanismi economico-finanziari, ma sarà sviluppata da attori sociali, che sperimenteranno nuove formule della convivenza». La prospettiva che i due autori intendono contribuire a costruire è allora quella di mettere in moto «un processo contro la competitività, capace di sottrarre al mercato quote crescenti di produzione e distribuzione di ricchezza, in grado di proporre un nuovo umanesimo incentrato su criteri di solidarietà sociale e uguaglianza». Un programma di fondo in grado di «sconfiggere il dominio del principio competitivo».
È così che Bertorello e Corradi si avventurano, nelle battute conclusive del volume, ad immaginare la costruzione di una «nuova» soggettività operaia tramite «inedite saldature tra i lavoratori di diversi paesi». Ne risulta anche l’abbozzo di alcune «questioni generali» capaci di convogliare le singole resistenze che si producono localmente verso una progettualità complessiva. Non è qui il caso di entrare nel dettaglio di queste proposte, tutte opportune e condivisibili. Spiace solo dover constatare, a fronte del rigore teorico e analitico che pervade tutto il testo, una certa inclinazione verso alcune posture concettuali e terminologiche all’insegna dell’«oltre» e del «nuovo» molto in voga una decina di anni fa, all’epoca del primo esplodere del movimento antiglobalizzazione. Perché tanto insistere, ad esempio, sul concetto di non meglio identificati «corpi sociali» le cui «nuove forme di organizzazione» avrebbero la priorità assoluta su qualsiasi articolazione programmatica? Perché affermare che «il programma del cambiamento paradossalmente non esiste, mentre possono esistere i soggetti del cambiamento» salvo proporre qualche pagina dopo un «programma di fondo» incentrato sulla rimessa in discussione del principio competitivo? E per quale motivo la soggettività del lavoro chiamata a contrastare il dominio del capitale dovrebbe identificarsi con un «nuovo» proletariato? Perché le saldature tra i lavoratori dei diversi paesi sarebbero «inedite», quando è noto che il movimento operaio è nato su basi e su parole d’ordine internazionaliste? Una certa propensione all’uso estensivo delle categorie del «nuovo» e del «sociale» in realtà non ci sembra sufficientemente motivata, ma si tratta in fondo di un aspetto marginale all’interno di un lavoro decisamente interessante e stimolante.
[1] K. Marx, Il capitalismo e la crisi. Scritti scelti a cura di Vladimiro Giacché, DeriveApprodi, Roma 2009, p. 14.
(3 novembre 2011)