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giovedì 30 giugno 2016

La fine di un'era: l'Antropocene

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http://www.autistici.org/terrarivolta/1306-la-catastrofe-che-e-gia-qui/



11 GIU , 2015  
Locandina AntropoceneLA CATASTROFE CHE E’ GIA’ QUI, LA CATASTROFE CHE NOI SIAMO
Discussione su Antropocene, economia e forma di vita a partire dal saggio di Deborah Danovski e Eduardo Viveiros De Castro “La fine del mondo”.
SABATO 13/06 H.18.00
CAMBIAPIANO Via Romanello da Forlì 40-Pigneto
«Le epoche sono orgogliose. Ognuna si vuole unica». Il vanto della nostra epoca consiste nel realizzare l’accumulazione di una crisi ecologica, politica, energetica ed economica senza eguali da un secolo a questa parte. La cattiva notizia è che quello che stiamo attraversando non è l’ennesima crisi del capitalismo, ma un crollo verticale dell’ethos occidentale, cioè del nostro modo di costruire, abitare, produrre e consumare.
Il saggio di Deborah Danowski e Eduardo Viveiros De Castro intitolatoL’arrêt de monde, che vogliamo presentare e discutere in un’incontro pubblico, ci segnala che, in realtà, è almeno da cinquant’anni «che la diagnosi clinica della fine della civiltà occidentale è stata stabilita e contrassegnata dagli eventi». Metterla ancora in discussione costituisce solo una perdita di tempo e un modo per distrarsi. Non c’è più da aspettare facendo affidamento sulla ripresa economica, sull’applicazione del protocollo di Kyoto, sull’utilizzo di energie pulite e sulle forme di produzione a basso impatto ambientale. Sperare ancora in tutto ciò è una follia, «ma è soprattutto una maniera per distrarsi dalla catastrofe che è già qui e da parecchio tempo, dalla catastrofeche noi siamo, dalla catastrofe che è l’Occidente». La fine del mondo non è imminente, è il presente. «Già adesso ci situiamo all’interno del crollo di una civiltà», vivendo su di un ammasso di rovine. «È qui che bisogna prendere partito».
L’Antropocene è la definizione che gli scienziati danno della nuova era geologica iniziata nel XVIII secolo, con la prima industrializzazione e con l’affermazione del capitalismo. A partire da questo momento gli umani diventano essi stessi degli “agenti geologici”, al pari dei vulcani con la loro lava e dei fiumi con i loro sedimenti. L’impatto stratigrafico degli umani è però molto più potente della forza erosiva degli oceani o delle eruzioni vulcaniche. La cosa più interessante di questa definizione è che essa ci dice che non c’è nulla di naturale nella catastrofe attuale. È il genere di vita umana che si è affermata col capitalismo ad aver determinato il disastro in cui viviamo.
Ciò che per De Castro e Danowski è importante sottolineare è che per la prima volta sono le scienze «dure», le cosiddette «scienze della natura», a formulare in termini rigorosamente empirici un problema specificamente metafisico come quello della «fine del mondo». In sostanza, la «fine del mondo» cessa di essere un astruso problema di teologia, o il «fantasma» di antiche sette apocalittiche, per diventare una categoria dell’esperienza dotata di evidenza empirica. L’Antropocene è un’era, un’epoca; un’epoca che indica però la fine dell’epocalità e della temporalità, in quanto tali, per la specie umana.
Come dicevano degli amici poco tempo fa, il disastro oggettivo serve innanzitutto a mascherare un’altra devastazione, ancora più evidente e massiccia: l’esaurimento delle risorse spirituali e vitali che colpisce il cittadino occidentale. «Se ci si dedica tanto a dettagliare la devastazione dell’ambiente, lo si fa anche per velare la spaventosa rovina dell’interiorità. Ogni marea nera, ogni pianura sterile, ogni estinzione della specie è un’immagine delle nostre anime in brandelli, un riflesso della nostra assenza dal mondo, della nostra intima potenza ad abitarlo». Il malessere che viviamo, il dolore o la malinconia che sentiamo crescere, fanno interamente parte di quest’epoca, sono i sintomi di questa umanità malata.
L’obiettivo del capitalismo contemporaneo è creare una fantasmagoria in cui il cittadino, nonostante la catastrofe in corso, sia comunque portato a intravedere la possibilità di poter salvare il pianeta attraverso l’energia pulita e il rispetto per l’ambiente. I padroni hanno distrutto il mondo, adesso vogliono convincerci a lavorare noi alla sua ricostruzione. In nome dell’ecologia e del benessere del pianeta bisogna insomma impegnarsi. Gestire l’uscita dal nucleare, ridurre le eccedenze di Co2 nell’atmosfera, fare la raccolta differenziata. Insomma, ecco quale dovrebbe essere il nostro fardello. È in nome dell’ecologia che bisognerà d’ora in poi tirare la cinghia, come si faceva fino a ieri in nome dell’economia.
«Mettere l’umano al centro» è stato il progetto della metafisica e della politica occidentale. Anche la sinistra, quando le si domanda in cosa consisterebbe la rivoluzione si affretta a rispondere: «restaurare l’umanità perduta». Quello che questa sinistra non ha compreso è quanto il mondo sia stanco dell’umano. Per De Castro, la ricerca sempre legittima di praticare politiche di liberazione dal capitalismo non deve essere più legata «al machismo antropologico della conquista epica della natura» e al significato che il XIX secolo ha attribuito alla nozione di «progresso». Pensare il mondo come «capitale naturale» infinitamente sfruttabile e inesauribile è ciò che ci ha condotto sull’orlo dell’abisso. «È venuto il momento di abbandonare la nave, di tradire la specie. Non c’è una grande famiglia umana che esisterebbe separatamente da ciascuno dei mondi, degli universi familiari, da ciascuna delle forme di vita che disseminano la terra. Non esiste un’umanità, vi sono dei terrestri e i loro nemici, ovvero gli Occidentali, di qualsiasi colore sia la loro pelle».
Ciò che rende veramente interessante la ricerca di De Castro e Danowski è la messa a fuoco delle posizioni che determinano lo svolgimento della guerra in corso. Una guerra tra chi vuole continuare «a mettere al centro l’umano», a costo di rendere sempre più invivibile il mondo, e chi ha scelto di «mettere al centro la terra», consapevole che per fare deve costruire una forma di vita fuori e contro questa civiltà. Il dibattito comincia qui.

domenica 26 giugno 2016

Damasco: abbattuto un F22


Damasco: “Abbattuti missili e un F-22, Usa sotto choc”


Guerra di nervi, guerra diplomatica. Ma soprattutto, per ora, guerra di informazioni non confermate, come la paternità siriana del presunto attacco del 21 agosto con armi chimiche alla periferia di Damasco, oggetto delle indagini Onu. Il falso più evidente: gli Usa pretendono di intervenire militarmente in Siria dopo “due anni di inazione”. E’ vero il contrario: da almeno 15 mesi, gli Usa e i loro alleati stanno già combattendo il regime di Assad, attraverso una sanguinosa guerrasegreta, che stanno perdendo. L’intervento aereo servirebbe proprio a invertirne l’esito, fornendo ai guerriglieri – come inLibia – il decisivo vantaggio dell’aviazione. Ma la Siria non è la Libia: è difesa dalla Russia e, in caso di attacco, anche dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah al confine tra Libano e Israele. In questo quadro si inserisce la fuga di notizie incontrollate che, alla vigilia del possibile raid, parlano addirittura di prove di guerra aerea già in corso: test cruciali, per sondare le reali capacità siriane di difesa? Fra il 30 e il 31 agosto, Damasco avrebbe addirittura abbattuto un sofisticato caccia F-22 Raptor, nonché quattro missili cruise lanciati subito dopo, forse per rappresaglia. 
Proprio l’ipotetico scontro aereo nei cieli siriani, oltre al clamoroso isolamento internazionale dell’America di fronte al conflitto, secondo molti blog potrebbe aver contribuito all’improvvisa frenata di Obama, convintosi a richiedere il voto del Congresso e quindi, di fatto, a rinviare l’attacco sulla Siria – che peraltro la propaganda militare di Assad ha dichiarato di non temere. Secondo voci non verificabili, attribuite per lo più a fonti siriane, due Mig-29 avrebbero individuato, inseguito e abbattuto l’F-22, avanzatissimo “caccia invisibile”, inviato forse in avanscoperta. Abbattere un Raptor? Operazione impossibile, se non con l’assistenza tecnologica russa  come quella che potrebbero offrire le unità aeronavali di Mosca di stanza a Tartus, sul mare di fronte alla capitale siriana. Sul web si sprecano titoli a effetto: “Aviazione Usa sotto choc”. Anche perché l’attacco contro Assad verrebbe sferrato utilizzando gli F-16 americani con base in Giordania e gli F-15 dislocati in Iraq e in Turchia, in ogni caso velivoli non invisibili ai radar.  
Idem per l’altrettanto ipotetico abbattimento dei Tomahawk, forse intercettati in volo – tutti e quattro – in teoria da batterie di missili antiaerei S-300, a meno che i russi non abbiano nel frattempo dotato la Siria di difese missilistiche ancora più efficaci. La diffusione di queste voci, attualmente prive di riscontri attendibili, tende evidentemente a rafforzare la convinzione che in Siria non sarebbe praticabile una “no-fly zone” come quella imposta alla Libia, dal momento che la distruzione delle difese siriane comporterebbe rischi enormi e perdite molto elevate. Il labirinto nel quale è finito Obama non è delimitato solo dalla “linea rossa” evocata come limite insuperabile – quello delle armi di distruzione di massa – ma, molto prima, dalla decisione (segreta) di muovere guerra contro Assad, armando milizie territoriali, siriane e non, reclutate e coordinate dall’intelligence e dalle forze speciali.
Si tratta di formazioni arabe, per lo più jihadiste, addestrate nelle basi in Giordania e in Turchia, equipaggiate e finanziate con l’aiuto delle dittature petrolifere del Golfo come l’Arabia Saudita, con l’obiettivo di trasformare in guerra civile l’iniziale protesta democratica contro il regime di Assad. Proprio i sauditi sarebbero giunti addirittura a minacciare Putin di colpire col terrorismo ceceno (succursale caucasica dello stragismo salafita, targato Al-Qaeda) le Olimpiadi Invernali di Sochi del 2014 se la Russia continuerà a difendere strenuamente la Siria dall’aggressione in corso.Russia che – ripetono gli osservatori più cauti – continuerà invece a mantenere un basso profilo, limitandosi ad adottare reazioni “asimmetriche” e non militari. Finora, gli unici lanci di missili ufficialmente confermati sono quelli “preliminari” di Israele, che a sua volta si prepara al peggio distribuendo maschere antigas alla popolazione e aggiustando il tiro delle sue rampe di lancio puntate verso il Golan, la Siria e l’Iran.

lunedì 13 giugno 2016

La Globalizzazione si vendica

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http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&view=article&id=2334:la-globalizzazione-si-vendica-&catid=83:free&Itemid=100021


3/3/2008

La globalizzazione si vendica

Per anni, le merci cinesi prodotte a bassi salari sono state un fattorechiave della disinflazione nel mondo. Gli ideologhi della globalizzazione potevano dire agli scettici: vedete, i prezzi dei prodotti calano, grazie alla competizione planetaria.
Non è più così.
La provincia cinese di Guangdong (una delle più attive e dense di fabbriche) ha annunciato un aumento del salario minimo del 13%. E secondo una ricerca Citigroup i salari in Cina aumenteranno del 21% nel 2008 (1). L’aumento cinese dei salari può sembrare una buona cosa: finalmente più potere d’acquisto in tasca ai lavoratori gialli, anche se a caro prezzo per i lavoratori occidentali e a prezzo crescente per i consumatori occidentali, visto che le merci cinesi rincarano.
Errore: gli aumenti salariali non fanno che inseguire l’inflazione interna cinese, che divora il potere d’acquisto. Pochi i vantaggi per i lavoratori gialli, e in compenso svantaggi netti per l’Occidente compratore delle loro produzioni.
Specie per gli americani.
In dollari, il rincaro dei prodotti cinesi corrisponde grosso modo all’aumento dei salari diminuito dell’aumento di produttività, ma sommato ai costi non salariali crescenti (energia, immobili, capitale).
Ora, nemmeno i più ottimisti credono che la produttività del lavoratore cinese possa aumentare oltre il 10% annuo. In questa ipotesi ottimista, se i salari aumentano del 21%, il costo del lavoro
aumenterà dell’11% (21 meno 10). Si aggiungano i costi non salariali (più 7% in Cina): diciamo che il rincaro dei prezzi sarà sul 9%. Ma siccome la moneta cinese (yuan) si sta apprezzando
sul dollaro del 9%, l’inflazione che la Cina esporta ai Paesi consumatori, incorporata nelle sue merci esportate, tocca il 18%.
Ora, il 16% delle importazioni americane viene dalla Cina.
Un rincaro in dollari del 18% comporta per i consumatori americani un’inflazione aggiuntiva del 2,9% aggiuntiva rispetto all’inflazione provocata dal folle allentamento monetario della Federal Reserve, che si valuta sul 10-12%. Del resto già a gennaio i prezzi delle merci importate in USA sono saliti del 13,7% rispetto a gennaio 2007.
In passato, quando i salari aumentavano nelle zone industriali cinesi, gli investitori e gli imprenditori esteri spostavano le fabbriche quelle che avevano già spostato in Cina da USA ed Europa, facendo sparire centinaia di migliaia di posti di lavoro dall’Occidente nelle zone più interne della Cina,
le aree rurali e arretrate. Ma ora anche lì i salari minimi sono in aumento, fino al 50%, persino in Tibet.
Trasferire in altri Paesi emergenti non conviene più tanto: in Vietnam
l’inflazione a febbraio risulta del 15,7%, e la moneta locale (dong) si apprezza
sul dollaro (che crolla) come lo yuan cinese.
I supposti benefici della globalizzazione si rovesciano contro i globalizzatori. In attesa del giorno in cui gli investitori dovranno riportare le lavorazioni in Occidente (ma non sarà per domani), le popolazioni del mondo «sviluppato» in via di impoverimento, con meno possibilità di lavoro, dovranno accettare rincari sulle merci «così convenienti», come già li accettano sui carburanti e
gli alimentari.
La stagflazione è il vero ed unico risultato del liberismo terminale, o meglio, il
secondo.
Il primo è stato l’arretramento tecnologico: i capitalisti, anziché investire in
nuovi impianti e nuove idee tecniche, sono andati a caccia di bassi salariati
nel mondo, da far lavorare sulle macchine vecchie.

Il Giappone diventa «protezionista»
Tokyo sta traendo le conseguenze della nuova situazione: scoraggia gli investimenti esteri in ditte nipponiche. Takao Kitabata, primo direttore generale del potente ministero dell’Economia, Commercio e Industria (il celebre MITI), di fronte a una platea di 130 grandi imprenditori ha recentemente raccomandato che le aziende giapponesi devono stare attente a scegliersi gli azionisti, una categoria che ha definito «instabile, irresponsabile ed avida» (2): descrizione in cui è facile riconoscere i capitalisti americani di ventura, gli hedge fund, i private equity fund,
eccetera: quelli che portano i capitali roventi, rapidi ad arrivare e ancor più rapidi a uscire.
Da sempre, benchè abbia firmato gli accordi GATT sul libero commercio, Tokyo mantiene una lista di attività economiche in cui un investimento straniero superiore al 10% deve essere sottoposto ad autorizzazione dello Stato, sulla base della «sicurezza nazionale». Questa lista di produzioni (e imprese) protette dalla speculazione estranea viene giorno per giorno accresciuta di nuove voci.
Il ministero del Commercio ha recentemente aggiunto alla lista la produzione di energia elettrica, da quando un fondo speculativo (hedge fund) britannico, che porta il nome balzano di «The Children’s Investment Fund», ha cercato di accaparrarsi una quota importante dei JPower, una specie di ENEL nipponica. Il ministero delle Infrastrutture e Trasporti ha dato un altolà all’appropriazione
da parte di capitali stranieri degli aeroporti giapponesi. Ciò perché la banca australiana Macquarie ha acquistato il 20% della ditta (quotata in Borsa) che possiede il terminal dell’aeroporto di Haneda, Tokyo. I dirigenti giapponesi si sono accorti con allarme che la proprietà straniera di imprese quotato alla Borsa di Tokyo ha raggiunto la percentuale record del 28%.
Imprese altamente competitive come la Nintendo (videogiochi) e all’avanguardia come la Fanuc (robotica) sono straniere al 46%. Nissan e Mazda sono controllate rispettivamente da Renault e da Ford. Nikko Cordial (la terza agenzia di broker nazionale) è ora proprietà di Citigroup.
Ma molti investitori stranieri sono i fondi speculativi, che hanno acquistato a man bassa negli anni ‘90 quando la Borsa di Tokyo era bassa, ed hanno continuato a comprare nel boom del credito facile (ora terminato dal collasso dei subprime).
E per esperienza, i giapponesi sanno che simili «investitori» puntano a profitti a breve termine, a scapito della prosperità a lungo termine delle imprese di cui s’impadroniscono.
A questo, si aggiunge ora l’incubo dei fondi sovrani, ossia dei fondi d’investimento appartenenti a Stati petroliferi (come gli Emirati o l’Arabia) e grandi esportatori (Cina), i quali, ben forniti di riserve in dollari ricavati con il loro export, stanno comprando in USA grandi banche e imprese ottime, ma deprezzate dal collasso finanziario.
Il timore è che fondi sovrani cinesi, poniamo, possano comprare aziende cinesi per prendere la loro tecnologia e i loro marchi, svuotandole insomma dei segreti dei loro primati mondiali.
Sicchè, anche senza aspettare le esortazioni del governo, oltre 400 aziende nipponiche quotate si sono date degli scudi difensivi contro le incursioni straniere indesiderate: dalla clausola della «pillola avvelenata» (che, se esercitata, diluisce la quota azionaria di un rastrellatore indesiderato delle azioni della ditta), fino alle partecipazioni incrociate fra aziende giapponesi, fra le aziende e le loro banche, fra le aziende e i loro subfornitori, onde creare una sorta di «fortezza» impenetrabile ad un assalto o rastrellamento di azioni. Ora la direttiva di Stato, espressa esplicitamente dal dottor Kitabata, accelererà lo spontaneo processo di protezione e difesa.
Ciò allarma grandemente il Financial Times e gli «investitori» americani: «I giapponesi considerano un’azienda una entità sociale, non un attivo da vendere e comprare», deplora Scott Callon, il direttore esecutivo di IchigoAsset Management. «I manager diffidano degli azionisti», si lagnano alla filiale Morgan Stanley di Tokyo, «per loro è un errore dare ascolto agli azionisti, nella convinzione che
il management conosce meglio qual è l’interesse dell’impresa a lungo termine».
Ciò di cui si lagnano costoro è il buonsenso nazionale nipponico, che deve la sua rinascita e i suoi successi ad un illuminato dirigismo pubblico (informale) sulle imprese private.
L’ideologia giapponese è ben espressa dalla motivazione addotta dal ministero dell’Industria e Commercio (MITI) per spiegare la sua ostilità all’accesso di capitali stranieri di maggioranza nelle industrie strategiche nipponiche: «Siamo preoccupati che investitori stranieri possano non agire in
accordo con la politica di Stato, per esempio in tempo di crisi, quando possono non investire a sufficienza nelle infrastrutture».
Naturalmente il Financial Times e il Wall Street Journal strillano al «protezionismo giapponese», al «dirigismo», allo «statalismo».
Ma cosa può offrire in cambio, oggi, il liberismo globalista?

«Bernanke ha fallito», annuncia il Telegraph (3).
Il salvataggio tentato da Ben Bernanke abbassando il tasso primario da 5,35% al 3% (il solito vecchio trucco di iniettare liquidità in una bolla speculativa afflosciata) non ha dato alcuno dei risultati sperati. I rendimenti dei buoni del Tesoro USA a 2 anni sono scesi a 1,63% venerdì, segno che chi ha denaro corre a mettere il capitale nella «sicurezza» (molto relativa) dei BOT.
Otto mesi dopo lo scoppio della bolla subprime, i mercati del debito sono ancora fermi, ghiacciati. Anche i più sicuri (i prestiti all’asta contratti da enti parapubblici e sani, come la Port Authority di New York) non trovano compratori, figurarsi i debiti subprime: venerdì scorso i bond basati su mutui
con rating A sono calati ancora del 12,72%, quelli BBB sono scesi ulteriormente del 10,42%, quelli con rating inferiore sono a valore zero, carta che nessuno osa comprare.
Perché Bernanke ha fallito?
Perché i prezzi immobiliari americani continuano a scendere, in caduta libera.
Ormai c’è gente che ha cominciato a pagare un mutuo a 1.500 dollari il mese due anni fa, ed ora paga lo stesso mutuo 6 mila dollari il mese, su una casa che ha perso almeno un decimo del suo valore di mercato: di qui vendite alla disperata di immobili, a qualunque costo, anche solo per liberarsi di un rateo insostenibile e divoratore.
Non sono i debitori semiinsolventi ad essere colpiti, ma anche famiglie di buon reddito con mutuo a tasso variabile. E il tasso primario al 3% non può cambiare questa situazione.
Il liberismo terminale divora se stesso, tutti i suoi trucchi speculativi gli si rivoltano contro.
Ne è esempio ridicolo e istruttivo il «Peloton Partners», un hedge fund (speculativo) britannico.
Nel 2007, il Peloton ha fatto profitti dell’87% giocando al ribasso contro i subprime.
Poi, quando Bernanke ha tagliato ripetutamente i tassi, ha giocato «pro», giocando al rialzo, aspettandosi il rimbalzo.
Risultato: questa cosca di speculatori d’azzardo ha dovuto liquidare uno dei suoi fondi da 2 miliardi di dollari, ed è sull’orlo della bancarotta. Perché il rimbalzo atteso non c’è stato.
Troppo indebitati (leveraged) i leoni della speculazione. Troppo eroso il capitale delle banche.
Ogni liquidità aggiuntiva viene risucchiata a riserva come inchiostro sulla carta assorbente.
La diagnosi Bernanke, basata sui dogmi liberisti, era sbagliata. Sbagliate le scommesse di Peloton e dei fondi speculativi, basate sugli stessi criteri.
I giapponesi fanno benissimo a non volere gente di questo tipo come
«azionisti» nelle loro imprese.


1) Martin Hutchison, «L’inflation chinoise devient une menace», Monde, 3
marzo 2008.
2) Michiyo Nakamoto, «As its companies expand abroad, Japan erects new
barriers at home», Financial Times, 2 marzo 2008.
3) Ambrose EvansPritchard,
«The Federal Reserve’s rescue has failed»,
Telegraph, 3 marzo 2008.