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martedì 2 agosto 2016

L’auge dell’Impero USA ed il suo declino

L’auge dell’Impero USA ed il suo declino

us_powerdi Tom Engelhardt *
L’auge e la caduta delle grandi potenze e dei loro domini imperiali sono stati un fatto fondamentale della Storia nel corso dei secoli. Una ed un’altra volta è servito come contesto per fare riflessione sul destino del pianeta. Così che mi risulta sorprendente, di fronte ad un paese che era solito essere etichettato come ‘l’unica superpotenza”, o “l’ultima superpotenza”, ed incluso la “iper potenza globale” ed adesso curiosamente, non si chiama più in alcun modo, mentre torna ad affacciarsi la questione del “declino”. Sono o non sono gli Stati Uniti? Potrebbe essere già iniziata la discesa verso il basso della sua grandezza imperiale?
Salite su un treno lento-che significa qualsiasi treno- in qualsiasi parte degli Stati Uniti, come ho fatto io poco tempo fa nel nordeste, poi salite su un treno di alta velocità in qualsiasi altro luogo della Terra, come ho fatto anche io di recente, e non vi sarà difficile immaginare quale sia il declino degli Stati Uniti. La maggior potenza della Storia, la potenza unipolare, non può neppure costruire un solo miglio di alta velocità? Veramente? In questi momenti il Congresso si trova incartato su come ottenere fondi per aggiustare le buche delle autostrade statunitensi.
A volte mi immagino me stesso nel parlare di questo con i miei genitori, defunti già da tempo, perchè so quanto si sarebbero sorpresi di queste cose due persone che hanno vissuto durante la grande depressione, la Seconda Guerra Mondiale ed un periodo di dopoguerra in cui tutto sembrava possibile e in cui la portentosa ricchezza ed il potere di questo paese erano indiscutibili. Che accadrebbe se gli potessi raccontare che le infrastrutture essenziali di questo paese ancora ricco , ponti, oleodotti, gasdotti, strade ed altro- dispongono attualmente di un budget insufficiente per la manutenzione, che il loro stato è ogni volta peggiore e stanno iniziando a sgretolarsi? Definitivamente rimarrebbero sbalorditi.
E cosa penserebbero nell’apprendere che,  l’Unione Sovietica al culmine del suo ciclo fino ad essere entrata nella  spazzatura della storia, da circa un quarto di secolo, mentre gli USA, unico vincitore, sono stati incapaci di esercitare efficacemente il loro enorme potere militare ed economico? Sono sicuro che rimarrebbero a bocca aperta nello scoprire che , dal momento in cui l’URSS è implosa, gli Stati Uniti si sono trovati permanentemente in guerra contro altri paesi (tre guerre ed interminabili conflitti armati); che, di tutti i luoghi, il paese a cui mi stavo riferendo era precisamente l’Iraq; e che il successo della missione lì era lontano dall’essere raggiunto.
Non risulta inverosimile? E che penserebbero se gli dicessi che altre grandi guerre del periodo del dopoguerra fredda sono state con l’Afghanistan (due guerre separate per una decade) e con organizzazioni relativamente piccole di agenti non statali che adesso chiamiamo terroristi? E come reagirebbero nello scoprire che i risultati sono stati: un fiasco in Iraq, un fiasco in Afghanistan, e la proliferazione di gruppi terroristi in buona parte del Medio Oriente (incluso la costituzione dell’attuale califfato del terrore) e ogni volta in più zone dell’Africa?
Credo che arriverebbero alla conclusione che gli Stati Uniti stavano alla fine e condannati al tipo di caduta che, prima o poi, ha rappresentato il destino di ogni potenza. E cosa accadrebbe se gli dicessi che, in questo nuovo secolo, neppure una sola azione dell’Esercito, a cui i presidenti statunitensi si riferiscono adesso come “la miglior forza di combattimento che il mondo abbia mai conosciuto , non è stata altra cosa che un netto fiasco? O che i presidenti, i candidati presidenziali ed i politici di Washington devono insistere in quello che nessuno avrebbe dovuto dire a suo tempo: che gli USA sono un paese “eccezionale” o “indispensabile”. O dovrebbero stare eternamente grati ai nostri soldati che (come lo sarebbe la cittadinanza) pur non avendo avuto successo, tuttavia si trovano lì a finire come mutilati, fisicamente o mentalmente, o a morire mentre noi continuiamo con le nostre vite? O che questi soldati devono sempre essere considerati eroi?
Ai loro tempi. quando l’obbligo di servire nelle forze armate era un fatto, niente di tutto questo avrebbe avuto molto senso, mentre l’attitudine difensiva di insistere continuamente sulla grandezza degli Stati Uniti avrebbe richiamato fortemente l’attenzione. In questi momenti, il suo carattere ripetitivo provoca un momento di dubbio.
Siamo realmente tanto “”eccezionali? Per la verità questo paese sembra così indispensabile per il resto del pianeta? In quale modo? Risponde a verità che queste truppe sono i nostri eroi? E se fosse così cosa hanno fatto da essere noi così orgogliosi?
Che ritornino i miei sorpresi genitori alle loro tombe, mettano insieme tutto quanto enunciato fino ad adesso e in quello possono scorgere le prime linee del declino di una grande potenza senza uguali. Si tratta di una visione classica ma con un problema.    Un potere di distruzione quasi divino.
(…………………….) Dove si trova l’errore in questo quadro in cui appaiono i segnali ovvi del declino: la maggiore potenza della storia con centinaia di guarnigioni distribuite in tutto il pianeta, apparentemente non può esercitare il suo potere in modo efficace, con indipendenza, dove voglia inviare le sue truppe, nè richiamare all’ordine paesi come l’Iran o una debilitata Russia post-sovietica schierando minacce, sanzioni e cose simili, nè mettere fine ad una organizzazione terroristica in Medio Oriente?
In primo luogo, che guardino intorno a sè e ci dicano se gli Stati Uniti non sembrano ancora una potenza unipolare? Dai secoli XV e XVI, quando le prime navi di legno con i cannoni uscirono dal contesto  europeo ed iniziarono a percorrere il globo, ci sono sempre state potenze rivali: tre, quattro o cinque o più. E che accade oggi? In questo momento i tre candidati sarebbero presumibilmente l’Unione Europea, la Russia e la Cina.
Economicamente la UE è, di fatto, un centro nevralgico, ma da qualsiasi altro punto di vista è un conglomerato di Stati di seconda classe che segue docilmente gli USA, una entità che minaccia di far scoppiare le sue cuciture. La Russia sta riscuotendo una maggiore importanza in questi giorni a Washington ma continua ad essere una potenza ondeggiante in cerca della sua grandezza della sua antica periferia imperiale. E’ un paese quasi tanto dipendente dalla sua industria energetica come l’Arabia Saudita e non sembra in niente una potenziale e futura super potenza. In quanto alla Cina, evidentemente è la potenza emergente del momento ed ufficialmente dispone adesso stesso della prima economia del pianeta Terra. Tuttavia, in molti aspetti continua ad essere un paese povero i cui dirigenti non nascondono il loro timore per la possibilità di una futura implosione economica (che potrebbe accadere). Come i russi e come qualsiasi paese con aspirazioni di grande potenza, vuole far sentire il suo peso nelle regioni più vicine: in questo momento sui mari dell’est e del sud della Cina. E come la Russia di Vladimir Putin, la leaderschip cinese sta modernizzando il suo esercito. Tuttavia il desiderio di trasformarsi in una grande potenza in entrambi i casi è quello di trasformarsi in un a potenza regionale con cui competere, non è una superpotenza o un autentico rivale degli USA.
Succeda quello che deve succedere con il dominio statunitense, quello che è sicuro è che non ci sono competitori potenziali a cui dare la colpa. Tuttavia. per quanto  senza rivali, gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere incapaci di raggiungere le loro aspirazioni servendosi del loro potere unipolare e di un Esercito che, sulla carta, è al di sopra di qualsiasi altro sul pianeta. Non è avvenuto così come per le grandi potenze del passato. Oppure,  detto in altro modo, tanto se gli USA si trovino in declino oppure non lo siano, il racconto dell’auge e della caduta sembra essere arrivato , dopo mezzo millennio, in  qualche cosa come un punto morto che è passato inavvertitamente in grande misura e che appena è stato analizzato.
Nel cercare una spiegazione si tenga in conto la Storia che è in stretta relazione e che concerne con la forza militare. Perchè gli Stati Uniti in questo nuovo secolo sembrano incapaci di ottenere una vittoria o di trasformare regioni  che sono cruciali in luoghi che per lo meno possano trovarsi sotto controllo? La forza militare è per definizione distruttiva ma nel passato spesso questa forza preparò il terreno per creare strutture regionali locali o anche globali, per quanto nefaste o oppressive che potevano essere.
Per quanto la forza sia stata concepita per distruggere, alcune volte è servita anche per altri fini. Attualmente sembra che l’unico fine sia quello della distruzione altrimenti come si spiega che in questo secolo l’unica potenza del pianeta sia sia specializzata nel distruggere e nel destabilizzare – vedi Iraq, Yemen, Libia, Afganistán e altri luoghi , non nel sollevare paesi.
Gli imperi possono aver avuto una ascesa o una caduta negli ultimi 500 anni, ma la produzione degli armamenti è sempre stata ascendente ed ugualmente il suo potere distruttivo.In questi secoli è aumentata in modo esponenziale dal moschetto al cannone alle artiglierie, ai carri armati, alle portaerei fino ad arrivare all’arma nucleare, l’arma della vittoria nel secondo conflitto mondiale, che può trasformare i dirigenti delle superpotenze (ed anche di medie potenze) in una sorta di dei della distruzione.
Per la prima volta, i rappresentanti dell’umanità avevano nelle proprie mani il potere di distruggere qualsiasi cosa sul pianeta come si pensava che solo avrebbe potuto farlo un dio o un insieme di dei. Tuttavia in quello stava la cosa strana: l’armamento che dava questo potere,  in alcun modo aveva consegnato ai leaders nazionali alcun potere pratico efficace.
US Air Forces
Lo sviluppo degli armamenti in una epoca di guerra limitata
In un certo senso la Seconda guerra mondiale potrebbe essere considerata come il momento che segna la fine di entrambe le storie, quella imperiale e quella degli armamenti. Sarebbe l’ultima grande guerra in cui le maggiori potenze hanno potuto spiegare tutto l’armamento a loro disposizione per ottenere la vittoria finale e la conformazione definitiva del mondo. Un conflitto che aveva provocato una distruzione senza precedenti in enormi regioni del pianeta, la morte di decine di milioni di persone, la trasformazione di grandi città in cumuli di rovine ed un enorme numero di rifugiati, la creazione di una macchina industriale del genocidio, di armi definitive di distruzione di massa e dei primi missili che più in avanti si trasformeranno nei sistemi di lancio di queste ultime. Dalla guerra uscirono i rivali dell’epoca moderna: le “superpotenze”, che allora erano due.
(……………………….) Quello che aveva trasformato queste potenze in vere superpotenze risultava evidente: gli arsenali nucleari degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, ciò significa la loro capacità potenziale per distruggere in modo che mai prima era stato possibile e dal quale non c’era ritorno. Non fu per caso che gli scienziati crearono la bomba H ed a volte si riferivano a quella in termini tanto fantastici come la “super bomba” o semplicemente la “super”.
L’inimmaginabile era avvenuto. Il risultato era che il potere era arrivato ad essere eccessivo, troppo potente. Quello che nella Seconda guerra mondiale si denominava “guerra totale”, il potere di un grande Stato destinato nella sua totalità a distruggere gli altri,  già non era più concepibile. La Guerra Fredda ha ricevuto questo nome per un motivo. Tra gli Stati Uniti e l’URSS non potrebbe esserci una guerra calda, neppure potrebbe esserci un altra guerra mondiale, una realtà di cui si prese coscienza con la crisi dei missili a Cuba.
Il suo potere soltanto poteva esibirsi “nell’ombra” o in conflitti armati localizzati nell “periferie”. In modo insperato il potere ha visto se stesso come un fagotto ingombrante fra i piedi.
Questo si è riflesso nella terminologia bellica statunitense. Dopo il frustrante conflitto in Corea(1950/53), un tunnel senza uscita, una guerra in cui gli USA furono impossibilitati ad utilizzare la loro arma più poderosa, Washington adottò un nuovo linguaggio nel Vietnam. La guerra in quel caso doveva essere una “guerra limitata”. Questo significava una cosa: la forza nucleare non sarebbe tra le opzioni.
Sembrava che per la prima volta il mondo si trovasse innanzi ad un qualche cosa come un eccesso di potere. Era ragionevole pensare che in qualche modo, negli anni che sono seguiti all’epoca della Guerra Fredda, questa realtà si estese dal campo nucleare al resto degli ambiti bellici. Nel processo la guerra fra le grandi potenze si vedeva limitata in nuove forme e, in un ceto modo, ridotta unicamente nel suo aspetto distruttivo. di improvviso era come se non ci fossero altre possibiltà, o al meno questo era quello che suggeriva l’esistenza di una sola superpotenza in questi anni. La guerra e i conflitti armati non sono terminati nel secolo XXI ma qualche cosa gli ha tolto efficacia. (………………………….)
NB- Questo fattore di dissuasione di una guerra globale, tuttavia non ha impedito nel tempo la proliferazione di tutta una serie di conflitti locali con un impatto regionale dove spesso erano coinvolti gli USA ed i loro alleati, per una pretesa ingerenza nelle questioni interne di alcuni paesi e per causa della loro politica di dominio estesa su altre regioni del mondo, con l’obiettivo del controllo delle risorse-.
In questo contesto è apparso il drone, una delle armi concepite come “arma di precisione” che rappresenta un esempio di quelli armi concepite per gli “attacchi chirurgici” sul campo di battaglia o in una guerra limitata. Nonostante la tendenza di queste armi nel produrre danni collaterali non si tratta di un’arma concepita per uccidere in modo indiscriminato, come avveniva nella Seconda Guerra Mondiale. Di fatto è stata utilizzata con relativa efficacia per colpire i dirigenti delle organizzazioni terroristiche (secondo la visione del Pentagono), tagliando la testa di queste organizzazioni. Tuttavia i gruppi contro cui è stata diretta non hanno fatto altro che crescere maggiormente, fortificarsi ed aumentare la loro brutalità in questi medesimi anni (-nota: forse ci sono delle responsabilità in chi ha alimentato queste organizzazioni terroristiche per utilizzarle ai propri fini-).
In altre parole queste armi si sono dimostrate efficaci nell’alimentare il desiderio di vendetta ma non sono servite per le finalità politiche che si ripromettevano a Washington, piuttosto hanno prodotto molte vittime innocenti al di fuori degli obiettivi, facendo crescere la rabbia ed il rancore delle popolazioni contro gli USA. (……………………………………..)
Il declino potrebbe essere la prospettiva futura per gli Stati Uniti ma, in un pianeta che è arrivato a questi estremi, non si può contare che questo accada seguendo la sequenza abituale dell’auge e della caduta delle grandi potenze e superpotenze. Qualche cosa di più è in gioco. Bisogna prepararsi.
Tratto da Rebelion
Traduzione e sintesi : Luciano Lago
* Tom Engelhardt eè uno dei   fondatori  dell’ ” American Empire Project” . E autore  di  The United States of Fear”  e di una Storia della Guerra Fredda, “The End of Victory Culture”. Dal 2002 dirige la pubblicazione Tom Dispatch.com.

sabato 23 luglio 2016

Crisi, giovani e lavoro manuale


Articolo preso da:

https://sviluppofelice.wordpress.com/2012/10/04/crisi-giovani-e-lavoro-manuale/

Crisi, giovani e lavoro manuale

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Recessione, stagnazione, disoccupazione fanno tutte rima con frustrazione. E’ la frustrazione infatti lo stato d’animo più diffuso fra i giovani. Eppure se venti anni fa in Italia gli under 30 erano oltre 30 milioni, adesso sono poco più che dimezzati. Quindi, visto che la dinamica socio-economia contemporanea non è peggiore di allora, verrebbe facile affermare: meno pretendenti ai posti di lavoro disponibili, più giovani occupati. Invece accade il contrario.
Secondo l’ISTAT (dati luglio 2012) il tasso dei “senza posto” in Italia ha toccato quota 10,5% (dati grezzi), in crescita di 2,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Si tratta del livello più elevato dal secondo trimestre del 1999, quando il dato aveva toccato il picco dell’11,2 per cento. Il tasso di disoccupazione dei giovani fra i 15 e 24 anni è al 33,9%, dal 27,4% dallo stesso periodo 2011 e sale al 50% per le ragazze. Questo trend è ampiamente al di sopra del dato medio registrato sia per l’area euro (21,6%) che per l’EU a 27 (22,4%)[1].
Secondo il XVI rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati, calcolata su 400 mila individui, uno su cinque risultano essere senza lavoro[2]. Una tendenza che si registra finanche fra gli ingegneri. Inoltre i nostri giovani preferiscono percorsi universitari umanistici, trascurando le lauree scientifico-tecnologiche[3].
Di fronte a questa desolante situazione è possibile avanzare diverse spiegazioni. Essa si può alla concorrenza “sleale” delle potenze economiche emergenti o alla delocalizzazione perpetuata dalle nostre aziende al fine di produrre a costi più ridotti e massimizzare i propri profitti. Oppure all’ “egoismo” dei nostri padri che difendono i loro “privilegi” e preferiscono mantenere disoccupati i figli, trasformandoli in “bamboccioni”, piuttosto che aprire il mercato del lavoro alla competizione dei migliori, dei più efficienti e più flessibili.
È possibile affermare che ognuna di queste ipotesi dica qualcosa di reale ma è pur vero che queste spiegazioni tralasciano non poche questioni irrisolte. Uno dei temi che tiene banco nei discorsi dei politici e nell’agenda dei tecnici, è il ripensamento dell’intero sistema formativo che attualmente tende a privilegiare la conoscenza teorica a scapito di un’ampia, profonda e generalizzata conoscenza pratica, quella che Karl Polanyi chiama conoscenza tacita[4].
È legittimo domandarsi se la cura giusta per creare più lavoro per i giovani e, soprattutto per creare più lavori qualificati disponibili per loro, sia continuare a colpevolizzarli, come si è fatto in questi decenni, perchè frequentano scuole e università “astratte”, caratterizzate da piani didattici prettamente teorici. Sarebbe auspicabile invece, fra le tante auspicabili iniziative pubbliche e private, investire in formazione pratica, declinata alle esigenze del mondo produttivo.
Un altro vincolo che pesa sul mercato del lavoro giovanile e sui percorsi formativi del sistema scolastico ed universitario italiani attiene alla scarsa considerazione che spesso si attribuisce al lavoro manuale. Questo tipo di lavoro, infatti, non solo è, in genere, considerato qualcosa che non può rivendicare la propria dignità culturale e le potenzialità formative della conoscenza acquisita sul campo, ma addirittura è visto come qualcosa che non è nemmeno “conoscenza pratica”. Sarebbe soltanto, infatti, segno di una sconfitta personale, destinato ai “falliti della conoscenza” come gli espulsi dalle scuole e dalle università (Bertagna 2011)[5].
In Italia infatti, solo il 5% dei giovani che ha superato i 15 anni dichiara di vedersi occupato, in futuro, in un lavoro manuale. In tutti gli altri paesi Ocse la percentuale è ben superiore. In Svezia, ad esempio, la percentuale supera il 40%. Imparare sul lavoro e attraverso il lavoro anche un lavoro manuale non è affatto ritenuto una diminutio personale, sociale, culturale e civile. Da sempre le generazioni giovanili sono diventate adulte, sperimentando lavori e provando su di essi le proprie attitudini, oltre che la propria intelligenza e il proprio carattere: per esempio, parte delle vacanze estive in un’officina, il tempo libero per collaborare ai servizi sociali per anziani e bisognosi, il curare periodicamente lavori agricoli, l’andare a bottega per alcuni giorni la settimana, lavorando e imparando dal “maestro”.
Come sostengono, fra gli altri, Russel (1995), Bianchi (2008), Corona e Sennet nel suo libro “L’uomo artigiano” (2008) non ci sono idee senza esperienze e viceversa: non ci sono cose, mondo, vita senza idee e teorie[6]. Scienza, tecnica e cultura, non esistono e non possono esistere separate.
D’altra parte vi sono numerosi studi che sostengono che se l’atteggiamento positivo verso il lavoro manuale non si acquisisce ben prima dell’adolescenza è molto improbabile che sbocci e si strutturi dopo. E che se è un disvalore da cui guardarsi prima, non può all’improvviso, da una certa età in poi, diventare un valore centrale sia del proprio progetto di vita sia del dibattito pubblico e civile e delle strategie culturali e formative delle nuove generazioni.
Si tratterebbe perciò, di introdurre al più presto interventi strutturati per agevolare il passaggio dalla scuola al lavoro mediante il rilancio del contratto di apprendistato e dei tirocini formativi, esaltando però la funzione professionalizzante e la dignità lavorativa di tali strumenti. Tutto questo contribuirebbe a diminuire il gap sempre più preoccupante che si registra tra la dimensione teorica della formazione e il mondo del lavoro.

[1] Il 10,5% dei giovani italiani fra i 15 e i 24 anni (6,3% al centro, 6,5% al nord e 16,2% al sud) non studia, non lavora e, aspetto ancora più preoccupante, ha smesso di cercare un lavoro. Se si estende la fascia d’età fino ai 29 anni, la generazione dei Neet (Not in Education, Employment or Training) sale addirittura al 21,2%. Una percentuale che non ha uguali nei 30 paesi dell’Ocse e che è quasi il doppio della media esistente nei 19 paesi dell’UE. Ancora peggio se la fascia d’età corre tra i 15 e i 34 anni. In questo caso, i giovani italiani Neet sarebbero oltre il 32%.
[2] Almalaurea (2012), XIV indagine Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati http://www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione10/, 13/3/2012.
[3] Si potrebbe prendere ad esempio l’interessante caso di Singapore che negli ultimi anni è cresciuto più della nostra nazione perché ha investito nel capitale umano dei suoi giovani e oggi produce, in proporzione, il doppio dei nostri ingegneri e manager, un ottavo dei nostri avvocati e un quarto dei nostri umanisti (Persico 2012, “Ricette per la crescita: più ingegneri e meno filosofi”, inwww.lavoce.info , 13/3/2012).
[4] Polanyi M. (1979), La conoscenza inespressa, Armando Editore, Roma.
[5] Bertagna G. (2011), “I giovani tra formazione e lavoro – Analisi e proposte”,Quaderni di ricerca sull’artigianato, CGIA Mestre, Numero 58 – II quadrimestre 2011, pp. 171-185.
[6] Russell B. (1995), Una filosofia per il nostro tempo, Tea, Milano; Bianchi E. (2008), Il pane di ieri, Einaudi, Torino; Sennett R. (2008), L’uomo artigiano, Feltrinelli, Milano.

Cari genitori, è ora che facciamo un discorsetto

Articolo preso da:
http://www.wanderingwil.com/lettera-dai-vostri-figli/


Cari genitori, è ora che facciamo un discorsetto: una lettera dai vostri figli
Tempo di lettura stimato : 4 minuti
Cari genitori, è ora che facciamo un discorsetto, io e voi. I vostri figli mi scrivono per risolvere un problema, e quel problema siete voi.

Cari genitori,
è ora che facciamo un discorsetto, io e voi. Ah, mi immagino già la vostra espressione.
“E questo chi cazzo è?”, starete pensando.
Io sono uno che riceve ogni giorno almeno una decina di messaggi dai vostri figli. In molti di essi chiedono a me come dire a voi che non sono felici.
Prima che vi scaldiate, non mi riferisco ai vostri figli adolescenti o giovanissimi. Per loro ho sempre qualche raccomandazione paterna: “Va bene sognare, ma rimani con i piedi per terra!”, dico loro. “Ricorda che un giorno, che tu lo voglia o meno, dovrai pagare le bollette!”. D’altra parte quando mi scrivono cose come: “a me l’idea di studiare economia e commercio fa schifo, mio padre però insiste a dire che è un buon lavoro”, non riesco a dar loro completamente torto, ma questo è un altro discorso.
Io mi riferisco invece ai vostri figli e alle vostre figlie che hanno venticinque, trenta, magari anche trentacinque anni. Hanno già studiato, hanno già lavorato, hanno già versato allo stato italiano la loro parte di tasse, bollette e sangue, e non sono felici. Che lo siano mai stati o meno, non importa. Ora hanno l’opprimente sensazione di essere nel posto sbagliato, di sprecare la loro vita, di essere entrati nella rotella del criceto, destinati a correre per sempre senza andare da nessuna parte. Hanno bisogno di un cambiamento. E mi scrivono per chiedermi un consiglio.
E perché scrivono a te? Non possono dirlo a noi che siamo i loro genitori?”
Perché ve l’hanno già detto, ma voi non avete capito! Non avete capito che le loro lacrime non passeranno da sole. Non avete capito che la loro non è “una fase temporanea” ma l’inizio del loro declino! E avete insistito, avete sbraitato, avete opposto le vostre paure e le vostre ragioni, perché “voi sì, che sapete come funziona il mondo!”, vero? E poi li avete anche fatti sentire in colpa, mostrando la vostra migliore espressione delusa, enumerando tutti i sacrifici che avete fatto per loro, come se questo fosse un contratto da rispettare, come se desiderare la felicità in un modo diverso da quello che vi aspettavate fosse un reato. E per concludere avete anche detto: “abbi pazienza, vedrai che le cose miglioreranno”. Mentivate! È una bugia e lo sapete anche voi!
Allora è ora che io vi faccia un discorsetto, da persone adulte e ragionevoli come siamo.
Voi avete voluto bene ai vostri figli, vero? Li avete educati al meglio delle vostre possibilità,avete insegnato loro cosa è giusto e cosa è sbagliato, vi siete tolti anche il pane di bocca per loro. Bravi. Bravissimi. Avete insegnato loro a ragionare con la propria testa e avete dato loro i mezzi per affrontare le intemperie della vita anche quando voi non ci sarete più. Ottimo, grandioso.
Adesso è ora che vi togliete dalle balle.
Voi dovete continuare a voler bene ai vostri figli, a essere per loro un sostegno, un punto di riferimento, ma piantatela di essere un ostacolo alla loro libertà.
Nessuno metterà mai in dubbio le vostre buone intenzioni, ma c’è una bella differenza tra educare i figli e contagiarli con le vostre paure, o imporre la vostra scala di valori.
Rendetevi conto che la strada che percorreranno sarà diversa dalla vostra, che lo vogliate o meno. Sono diversi da voi. Sono nati una generazione diversa, in una società diversa, in un contesto diverso. Non arriveranno mai alle vostre stesse conclusioni.
Ma ditemi la verità: siete contenti di sapere che i vostri figli scrivono a un estraneo, in lacrime, di nascosto come ladri, confidandogli di non farcela più? Siete contenti di sapere che non ne parlano più con voi, perché oltre ai loro dolori quotidiani, non hanno la forza di sopportare anche le vostre continue suppliche, le vostre perle di ragionevolezza e la vostra faccia scontenta? Ma vi rendete conto che uno dei più grandi problemi dei vostri figli è essere all’altezza delle vostre aspettative?
E dato che parliamo di aspettative, ditemi un po’: siete così contenti voi di com’è andata la vostra vita? Rifareste ogni cosa tale e quale? L’avete poi raggiunta la felicità, o avete preferito una vita di cauta sopportazione? Avete realizzato alla fine i vostri sogni, o avete scelto di chiuderli in qualche cassetto e di non pensarci più?
I vostri figli vogliono essere lasciati liberi di camminare con le loro gambe, e di scegliere da soli la strada che li renderà felici, o forse no, ma almeno sarà la loro strada. Questo non vuol dire che vi vogliano escludere dalle loro vite, tutt’altro! Vogliono sapere che sarete presenti, che parteciperete come avete sempre fatto con una parola di avvertimento e una di conforto. Vogliono poter contare su di voi nei loro momenti di difficoltà. Vogliono credere che sentiranno la vostra voce dire: “Si, ce la farai!”, quando si troveranno di fronte al prossimo inevitabile ostacolo.
Ma non possono farlo, se l’ostacolo siete voi!
E io sono davvero stufo di rispondere alle loro mail, per consolarli al posto vostro, e consigliarli su come parlare con voi. Che dovrei dire? “Riprovaci, sarai più fortunato”?!
Quindi, cari genitori, è ora che apriate gli occhi e che vi rendiate conto di cosa state facendo.
È ora che anche voi diventiate grandi.

Cordialmente,
Francesco “Wandering Wil” Grandis

PS: ad amici, vicini, colleghi e parenti vari. Guardate che il discorso vale anche per voi.
Photo by Darrell J. Rohl

Perchè gli eurocrati si sono meritati la Brexit

Articolo preso da:



Perché gli eurocrati si sono meritati la Brexit

Luglio 9, 2016 Rodolfo Casadei

brexit merkel hollande renzi
Sono passate tre settimane dalla sorpresa della Brexit, la polvere dei commenti a caldo s’è posata a terra e si sta sedimentando. Si può cominciare a ragionare in modo meno emotivo ed estemporaneo. E ci si può concedere il lusso di commentare i commenti, non per il gusto di avere l’ultima parola o per la pigrizia di approfittare dei pensieri altrui per modellare i propri, ma perché i commenti che si sono letti e sentiti in giro aiutano a capire le radici della crisi irreversibile dell’Unione Europea.
Due cose mi hanno non dico colpito, ma addirittura sbalordito nelle reazioni della stampa mainstream e dei suoi lettori: la delegittimazione del voto e il disprezzo verso gli elettori anziani. Da un capo all’altro d’Europa si sono rincorse le voci di chi diceva che non era stato giusto permettere ai britannici di mettere ai voti la loro partecipazione all’Unione Europea, che l’oggetto del contendere era troppo complesso e sofisticato per consentire a chiunque di esprimersi e di concorrere a determinare la decisione finale. In Italia Mario Monti e Carlo De Benedetti hanno usato la stessa espressione per bollare l’esercizio della sovranità popolare: «Un abuso della democrazia». Molti si sono rallegrati che la Costituzione italiana non ammetta referendum in materia di trattati internazionali.
Ancora più sconcertanti le reazioni alle analisi secondo cui la maggioranza degli elettori anziani avrebbe votato per il “sì” all’uscita, mentre la maggioranza dei giovani (che però hanno registrato un tasso di astensione più alto di quello di altri gruppi di popolazione) avrebbe optato per il “no”: «I giovani pagheranno le decisioni degli anziani», ha titolato in Italia Il Fatto quotidiano, mentre La Stampa ha scritto: «I più anziani hanno deciso il futuro dei più giovani. Vivranno le conseguenze del voto per una media di 69 anni, a fronte dei 16 degli ultrasessantenni». In Francia la giornalista di Le Monde Helene Bekmezian ha diffuso un twitter che suonava così: «Il diritto di voto è come la patente di guida: a una certa età, diciamo la verità, dovrebbe essere ritirato». Mentre il neogollista François Fillon ha dichiarato che i giovani dovrebbero avere a disposizione due voti.
La manifestazione di ostilità a quella forma basilare di esercizio democratico che è la consultazione elettorale degli aventi diritto merita un approfondimento. Non è reazione momentanea dovuta a stizza per un risultato opposto a quello che il commentatore sperava. L’allergia per la democrazia intesa come potere di decisione da parte del popolo nell’ambito dell’Unione Europea viene da lontano, si è sostanziata nel famoso deficit democratico delle sue istituzioni e a lungo andare ha innescato reazioni di rigetto: negli ultimi undici anni elettori di vari paesi affiliati alla Ue hanno votato contro i suoi trattati. Ricordiamo i “no” alla Costituzione europea da parte di Francia, Olanda e Irlanda. L’esito di quei referendum fu poi aggirato in vari modi, ma il campanello d’allarme era suonato. È curabile l’allergia alla democrazia dell’Unione Europea? Io credo di no, e credo anche che questa sarà una delle cause della sua futura disgregazione.
I padri fondatori dell’Europa Schuman, Adenauer e De Gasperi diffidavano dei loro popoli avendo tutti fatto l’esperienza, seppure con gradazioni diverse, del consenso popolare a dittature e totalitarismi: Hitler conquistò il potere in Germania con una sonante vittoria alle elezioni del 1933, in Italia il fascismo salì al potere con un colpo di mano ma seppe conquistarsi un consenso maggioritario nel giro di pochi anni, in Francia la propaganda collaborazionista e il governo di Vichy convinsero moltissimi francesi ad accettare l’occupazione nazista o a collaborarvi attivamente.
Anche in altri paesi europei l’occupazione nazista incontrò significativi consensi popolari: pensiamo all’Olanda, all’Ungheria, ai tre paesi baltici. Per garantire la vittoria dei partiti democratici filo-occidentali nelle prime elezioni del Dopoguerra furono necessari i miliardi di dollari del Piano Marshall e la messa al bando in Italia del Partito fascista e in Germania di quello comunista. Venne la Guerra fredda, e l’integrazione dell’Europa non comunista in parallelo alla costituzione della Nato divenne questione di vita o di morte per le neonate democrazie: in paesi politicamente polarizzati come l’Italia e la Francia non la si poteva certamente affidare agli umori del voto popolare.
Insomma, le élite europee di oggi concordano almeno in un punto col modo di pensare dei padri fondatori: oggi come allora nell’esercizio della sovranità da parte del popolo vedono un pericolo, il pericolo dello scivolamento verso il nazionalismo o verso il totalitarismo. Per evitare il ritorno della guerra in Europa, il ritorno del razzismo, la ripetizione della Shoah, la sostituzione del totalitarismo nazista o fascista con quello comunista occorreva sostituire le sovranità nazionali con una sovranità sovranazionale affidata alle élite politiche e tecnocratiche.
Nascono così quelli che Lucio Caracciolo definisce i tre articoli di fede del credo europeista: «a) lo Stato nazionale è categoria del passato, al meglio quale stadio della transizione all’Europa unita, al peggio come produttore di guerre mondiali; b) l’Europa non è mai il problema, è sempre la soluzione – bonum per se – da cui deriva la superiorità del metodo comunitario sull’intergovernativo; c) la democrazia rappresentativa, in quanto storicamente incardinata negli Stati nazionali, è categoria imperfetta, da cui il grado comunitario-tecnocratico deve assicurarsi immune, per compensarne i difetti (ovvero la sensibilità all’opinione pubblica e al periodico voto popolare, ribattezzati “populismo”). Corollario: peggio del parlamentarismo è solo il referendum, tanto che prassi vuole debba ripetersi qualora abbia prodotto esiti avversi al “consenso di Bruxelles”, fino a sancire il risultato giusto».
Quanto fin qui detto aiuta a capire lo stomachevole fenomeno del dileggio e della deprecazione del voto degli ultrasessantenni. In tutte le culture non occidentali sotto la luce del sole, quelle del passato ma anche quelle contemporanee, l’anziano è l’incarnazione della saggezza, perché avendo vissuto di più conosce più cose e le conosce meglio, ed è rispettato e onorato in quanto simboleggia la tradizione e l’identità. Se nell’Africa sub-sahariana si decidesse di attuare la proposta di François Fillon, i due voti a testa verrebbero concessi agli anziani, non ai giovani, sulla base del fatto che i primi sono più saggi dei secondi, perché hanno vissuto di più e perché sono più vicini, in tutti i sensi, agli antenati.
Ora non si può pretendere che gli europei, figli dell’illuminismo e quindi dell’abolizione della nozione di auctoritas, venerino gli anziani e la famiglia come in Cina o in Africa o nel Vicino Oriente, ma almeno che continuino a rispettare la Carta europea dei diritti umani, sì. All’articolo 21 infatti si legge: «È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale».
Perché gli europei vorrebbero discriminare gli anziani in ambito politico? Perché gli anziani incarnano la storia e l’identità, e storia e identità sono le due cose che il progetto dell’Unione Europea intende cancellare. Per gli “europeisti” la storia europea è storia di guerre, imperialismo, discriminazioni e genocidi, di cui l’identità nazionale è il brodo di coltura. L’Unione Europea, allora, non è un progetto nato per valorizzare la civiltà europea nella sua concretezza storica, ma per creare un’Europa cosmopolita che finora non è mai esistita, e che rappresenterebbe la realizzazione politica di un’astrazione.
Le cose più chiare su questo argomento le ha scritte il sociologo tedesco Ulrich Beck: «L’Europa cosmopolita è stata costruita come antitesi dell’Europa nazionalista e delle devastazioni tanto morali che fisiche di cui quest’ultima è stata causa». Perciò l’europeismo «chiama l’Europa a fuggire lo specifico, il radicamento, l’eredità e l’appartenenza. Non è accidentale che l’europeismo accetti una definizione procedurale. L’altra faccia di questa vacuità sostanziale è la tolleranza radicale, l’apertura radicale, questo è il segreto dell’Europa».
Per questo motivo l’Unione Europea potrebbe domani comprendere al suo interno non solo la Turchia, ma il mondo intero: essere europei non è avere una storia e appartenere a una civiltà, è sottoscrivere una serie di valori e aderire a delle procedure. L’Unione Europea sarebbe una mutazione dell’idea imperiale dell’antichità e del Medio Evo: non più un’entità che si definisce per opposizione, identificando sé con la civiltà e quel che sta fuori con la barbarie, ma che è aperta a tutti e a tutte le differenze sulla base del principio di non discriminazione.
Gli elettori britannici hanno evidentemente rigettato questa idea di Unione Europea. Hanno rivendicato i diritti dell’identità storica, l’esercizio della sovranità popolare, la continuità della civiltà preesistente. Che non sono cavalli di battaglia di proprietà esclusiva dei leader populisti come Nick Farage, Marine Le Pen o Matteo Salvini, o formule di nobilitazione dei sentimenti xenofobi delle plebi. Intellettuali al di sopra di ogni sospetto hanno espresso concetti che oggi suonano euroscettici.
Michael Walzer, filosofo americano egualitarista, metteva in guardia già trent’anni fa che «abbattere i muri dello stato non significa creare un mondo senza muri, ma creare un migliaio di piccole fortezze». Davvero un aforisma su cui meditare, oggi. E già vent’anni fa lo storico neozelandese John Greville Agard Pocock denunciava, come spiega Lucio Caracciolo, «l’ossessione europeista di ricomporre le storie nazionali o locali in una superiore, armonica, definitiva storia europea». Ossessione che «deriva dal rifiuto ideologico della sovranità implicito nel rigetto della responsabilità democratica». Ma, scriveva Pocock, «sovranità e storiografia, una voce per controllare il proprio presente e una voce per controllare il proprio passato, sono stati e restano i mezzi necessari grazie ai quali una comunità afferma la propria identità e offre un’identità agli individui che ne sono parte».
Caracciolo tira la conclusione: «Ma se sovranità e storia debbono scomparire, su che cosa fonderemo un’identità, europea o meno? Nel rifiuto della storia in quanto legittimazione della sovranità e criterio d’identificazione della comunità sta la ragione prima del tramonto del credo europeista».
E questa è anche la critica che Alain Finkielkraut ha sempre fatto al processo di integrazione europea: l’universalismo astratto dei valori si scontra col fatto che ogni valore si presenta attraverso realizzazioni storiche. Non esiste “la” democrazia, ma le democrazie britannica, francese, americana, italiana, israeliana, eccetera. Perciò non si possono affermare dei valori senza affermare la specifica civiltà che li porta e li compie. Se si tagliano completamente i ponti con la civiltà da cui si proviene, non si costruisce l’Impero europeo del bene universale, ma una tecnocrazia e un supermercato mondiale.
Questo è l’equivoco che sta affondando l’Unione Europea, e che fa dichiarare a Finkielkraut in una trasmissione radiofonica di commento alla Brexit: «Gli eurocrati se la sono meritata».

Foto Ansa


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