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sabato 23 luglio 2016

Crisi, giovani e lavoro manuale


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https://sviluppofelice.wordpress.com/2012/10/04/crisi-giovani-e-lavoro-manuale/

Crisi, giovani e lavoro manuale

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Recessione, stagnazione, disoccupazione fanno tutte rima con frustrazione. E’ la frustrazione infatti lo stato d’animo più diffuso fra i giovani. Eppure se venti anni fa in Italia gli under 30 erano oltre 30 milioni, adesso sono poco più che dimezzati. Quindi, visto che la dinamica socio-economia contemporanea non è peggiore di allora, verrebbe facile affermare: meno pretendenti ai posti di lavoro disponibili, più giovani occupati. Invece accade il contrario.
Secondo l’ISTAT (dati luglio 2012) il tasso dei “senza posto” in Italia ha toccato quota 10,5% (dati grezzi), in crescita di 2,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Si tratta del livello più elevato dal secondo trimestre del 1999, quando il dato aveva toccato il picco dell’11,2 per cento. Il tasso di disoccupazione dei giovani fra i 15 e 24 anni è al 33,9%, dal 27,4% dallo stesso periodo 2011 e sale al 50% per le ragazze. Questo trend è ampiamente al di sopra del dato medio registrato sia per l’area euro (21,6%) che per l’EU a 27 (22,4%)[1].
Secondo il XVI rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati, calcolata su 400 mila individui, uno su cinque risultano essere senza lavoro[2]. Una tendenza che si registra finanche fra gli ingegneri. Inoltre i nostri giovani preferiscono percorsi universitari umanistici, trascurando le lauree scientifico-tecnologiche[3].
Di fronte a questa desolante situazione è possibile avanzare diverse spiegazioni. Essa si può alla concorrenza “sleale” delle potenze economiche emergenti o alla delocalizzazione perpetuata dalle nostre aziende al fine di produrre a costi più ridotti e massimizzare i propri profitti. Oppure all’ “egoismo” dei nostri padri che difendono i loro “privilegi” e preferiscono mantenere disoccupati i figli, trasformandoli in “bamboccioni”, piuttosto che aprire il mercato del lavoro alla competizione dei migliori, dei più efficienti e più flessibili.
È possibile affermare che ognuna di queste ipotesi dica qualcosa di reale ma è pur vero che queste spiegazioni tralasciano non poche questioni irrisolte. Uno dei temi che tiene banco nei discorsi dei politici e nell’agenda dei tecnici, è il ripensamento dell’intero sistema formativo che attualmente tende a privilegiare la conoscenza teorica a scapito di un’ampia, profonda e generalizzata conoscenza pratica, quella che Karl Polanyi chiama conoscenza tacita[4].
È legittimo domandarsi se la cura giusta per creare più lavoro per i giovani e, soprattutto per creare più lavori qualificati disponibili per loro, sia continuare a colpevolizzarli, come si è fatto in questi decenni, perchè frequentano scuole e università “astratte”, caratterizzate da piani didattici prettamente teorici. Sarebbe auspicabile invece, fra le tante auspicabili iniziative pubbliche e private, investire in formazione pratica, declinata alle esigenze del mondo produttivo.
Un altro vincolo che pesa sul mercato del lavoro giovanile e sui percorsi formativi del sistema scolastico ed universitario italiani attiene alla scarsa considerazione che spesso si attribuisce al lavoro manuale. Questo tipo di lavoro, infatti, non solo è, in genere, considerato qualcosa che non può rivendicare la propria dignità culturale e le potenzialità formative della conoscenza acquisita sul campo, ma addirittura è visto come qualcosa che non è nemmeno “conoscenza pratica”. Sarebbe soltanto, infatti, segno di una sconfitta personale, destinato ai “falliti della conoscenza” come gli espulsi dalle scuole e dalle università (Bertagna 2011)[5].
In Italia infatti, solo il 5% dei giovani che ha superato i 15 anni dichiara di vedersi occupato, in futuro, in un lavoro manuale. In tutti gli altri paesi Ocse la percentuale è ben superiore. In Svezia, ad esempio, la percentuale supera il 40%. Imparare sul lavoro e attraverso il lavoro anche un lavoro manuale non è affatto ritenuto una diminutio personale, sociale, culturale e civile. Da sempre le generazioni giovanili sono diventate adulte, sperimentando lavori e provando su di essi le proprie attitudini, oltre che la propria intelligenza e il proprio carattere: per esempio, parte delle vacanze estive in un’officina, il tempo libero per collaborare ai servizi sociali per anziani e bisognosi, il curare periodicamente lavori agricoli, l’andare a bottega per alcuni giorni la settimana, lavorando e imparando dal “maestro”.
Come sostengono, fra gli altri, Russel (1995), Bianchi (2008), Corona e Sennet nel suo libro “L’uomo artigiano” (2008) non ci sono idee senza esperienze e viceversa: non ci sono cose, mondo, vita senza idee e teorie[6]. Scienza, tecnica e cultura, non esistono e non possono esistere separate.
D’altra parte vi sono numerosi studi che sostengono che se l’atteggiamento positivo verso il lavoro manuale non si acquisisce ben prima dell’adolescenza è molto improbabile che sbocci e si strutturi dopo. E che se è un disvalore da cui guardarsi prima, non può all’improvviso, da una certa età in poi, diventare un valore centrale sia del proprio progetto di vita sia del dibattito pubblico e civile e delle strategie culturali e formative delle nuove generazioni.
Si tratterebbe perciò, di introdurre al più presto interventi strutturati per agevolare il passaggio dalla scuola al lavoro mediante il rilancio del contratto di apprendistato e dei tirocini formativi, esaltando però la funzione professionalizzante e la dignità lavorativa di tali strumenti. Tutto questo contribuirebbe a diminuire il gap sempre più preoccupante che si registra tra la dimensione teorica della formazione e il mondo del lavoro.

[1] Il 10,5% dei giovani italiani fra i 15 e i 24 anni (6,3% al centro, 6,5% al nord e 16,2% al sud) non studia, non lavora e, aspetto ancora più preoccupante, ha smesso di cercare un lavoro. Se si estende la fascia d’età fino ai 29 anni, la generazione dei Neet (Not in Education, Employment or Training) sale addirittura al 21,2%. Una percentuale che non ha uguali nei 30 paesi dell’Ocse e che è quasi il doppio della media esistente nei 19 paesi dell’UE. Ancora peggio se la fascia d’età corre tra i 15 e i 34 anni. In questo caso, i giovani italiani Neet sarebbero oltre il 32%.
[2] Almalaurea (2012), XIV indagine Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati http://www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione10/, 13/3/2012.
[3] Si potrebbe prendere ad esempio l’interessante caso di Singapore che negli ultimi anni è cresciuto più della nostra nazione perché ha investito nel capitale umano dei suoi giovani e oggi produce, in proporzione, il doppio dei nostri ingegneri e manager, un ottavo dei nostri avvocati e un quarto dei nostri umanisti (Persico 2012, “Ricette per la crescita: più ingegneri e meno filosofi”, inwww.lavoce.info , 13/3/2012).
[4] Polanyi M. (1979), La conoscenza inespressa, Armando Editore, Roma.
[5] Bertagna G. (2011), “I giovani tra formazione e lavoro – Analisi e proposte”,Quaderni di ricerca sull’artigianato, CGIA Mestre, Numero 58 – II quadrimestre 2011, pp. 171-185.
[6] Russell B. (1995), Una filosofia per il nostro tempo, Tea, Milano; Bianchi E. (2008), Il pane di ieri, Einaudi, Torino; Sennett R. (2008), L’uomo artigiano, Feltrinelli, Milano.

Cari genitori, è ora che facciamo un discorsetto

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http://www.wanderingwil.com/lettera-dai-vostri-figli/


Cari genitori, è ora che facciamo un discorsetto: una lettera dai vostri figli
Tempo di lettura stimato : 4 minuti
Cari genitori, è ora che facciamo un discorsetto, io e voi. I vostri figli mi scrivono per risolvere un problema, e quel problema siete voi.

Cari genitori,
è ora che facciamo un discorsetto, io e voi. Ah, mi immagino già la vostra espressione.
“E questo chi cazzo è?”, starete pensando.
Io sono uno che riceve ogni giorno almeno una decina di messaggi dai vostri figli. In molti di essi chiedono a me come dire a voi che non sono felici.
Prima che vi scaldiate, non mi riferisco ai vostri figli adolescenti o giovanissimi. Per loro ho sempre qualche raccomandazione paterna: “Va bene sognare, ma rimani con i piedi per terra!”, dico loro. “Ricorda che un giorno, che tu lo voglia o meno, dovrai pagare le bollette!”. D’altra parte quando mi scrivono cose come: “a me l’idea di studiare economia e commercio fa schifo, mio padre però insiste a dire che è un buon lavoro”, non riesco a dar loro completamente torto, ma questo è un altro discorso.
Io mi riferisco invece ai vostri figli e alle vostre figlie che hanno venticinque, trenta, magari anche trentacinque anni. Hanno già studiato, hanno già lavorato, hanno già versato allo stato italiano la loro parte di tasse, bollette e sangue, e non sono felici. Che lo siano mai stati o meno, non importa. Ora hanno l’opprimente sensazione di essere nel posto sbagliato, di sprecare la loro vita, di essere entrati nella rotella del criceto, destinati a correre per sempre senza andare da nessuna parte. Hanno bisogno di un cambiamento. E mi scrivono per chiedermi un consiglio.
E perché scrivono a te? Non possono dirlo a noi che siamo i loro genitori?”
Perché ve l’hanno già detto, ma voi non avete capito! Non avete capito che le loro lacrime non passeranno da sole. Non avete capito che la loro non è “una fase temporanea” ma l’inizio del loro declino! E avete insistito, avete sbraitato, avete opposto le vostre paure e le vostre ragioni, perché “voi sì, che sapete come funziona il mondo!”, vero? E poi li avete anche fatti sentire in colpa, mostrando la vostra migliore espressione delusa, enumerando tutti i sacrifici che avete fatto per loro, come se questo fosse un contratto da rispettare, come se desiderare la felicità in un modo diverso da quello che vi aspettavate fosse un reato. E per concludere avete anche detto: “abbi pazienza, vedrai che le cose miglioreranno”. Mentivate! È una bugia e lo sapete anche voi!
Allora è ora che io vi faccia un discorsetto, da persone adulte e ragionevoli come siamo.
Voi avete voluto bene ai vostri figli, vero? Li avete educati al meglio delle vostre possibilità,avete insegnato loro cosa è giusto e cosa è sbagliato, vi siete tolti anche il pane di bocca per loro. Bravi. Bravissimi. Avete insegnato loro a ragionare con la propria testa e avete dato loro i mezzi per affrontare le intemperie della vita anche quando voi non ci sarete più. Ottimo, grandioso.
Adesso è ora che vi togliete dalle balle.
Voi dovete continuare a voler bene ai vostri figli, a essere per loro un sostegno, un punto di riferimento, ma piantatela di essere un ostacolo alla loro libertà.
Nessuno metterà mai in dubbio le vostre buone intenzioni, ma c’è una bella differenza tra educare i figli e contagiarli con le vostre paure, o imporre la vostra scala di valori.
Rendetevi conto che la strada che percorreranno sarà diversa dalla vostra, che lo vogliate o meno. Sono diversi da voi. Sono nati una generazione diversa, in una società diversa, in un contesto diverso. Non arriveranno mai alle vostre stesse conclusioni.
Ma ditemi la verità: siete contenti di sapere che i vostri figli scrivono a un estraneo, in lacrime, di nascosto come ladri, confidandogli di non farcela più? Siete contenti di sapere che non ne parlano più con voi, perché oltre ai loro dolori quotidiani, non hanno la forza di sopportare anche le vostre continue suppliche, le vostre perle di ragionevolezza e la vostra faccia scontenta? Ma vi rendete conto che uno dei più grandi problemi dei vostri figli è essere all’altezza delle vostre aspettative?
E dato che parliamo di aspettative, ditemi un po’: siete così contenti voi di com’è andata la vostra vita? Rifareste ogni cosa tale e quale? L’avete poi raggiunta la felicità, o avete preferito una vita di cauta sopportazione? Avete realizzato alla fine i vostri sogni, o avete scelto di chiuderli in qualche cassetto e di non pensarci più?
I vostri figli vogliono essere lasciati liberi di camminare con le loro gambe, e di scegliere da soli la strada che li renderà felici, o forse no, ma almeno sarà la loro strada. Questo non vuol dire che vi vogliano escludere dalle loro vite, tutt’altro! Vogliono sapere che sarete presenti, che parteciperete come avete sempre fatto con una parola di avvertimento e una di conforto. Vogliono poter contare su di voi nei loro momenti di difficoltà. Vogliono credere che sentiranno la vostra voce dire: “Si, ce la farai!”, quando si troveranno di fronte al prossimo inevitabile ostacolo.
Ma non possono farlo, se l’ostacolo siete voi!
E io sono davvero stufo di rispondere alle loro mail, per consolarli al posto vostro, e consigliarli su come parlare con voi. Che dovrei dire? “Riprovaci, sarai più fortunato”?!
Quindi, cari genitori, è ora che apriate gli occhi e che vi rendiate conto di cosa state facendo.
È ora che anche voi diventiate grandi.

Cordialmente,
Francesco “Wandering Wil” Grandis

PS: ad amici, vicini, colleghi e parenti vari. Guardate che il discorso vale anche per voi.
Photo by Darrell J. Rohl

Perchè gli eurocrati si sono meritati la Brexit

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Perché gli eurocrati si sono meritati la Brexit

Luglio 9, 2016 Rodolfo Casadei

brexit merkel hollande renzi
Sono passate tre settimane dalla sorpresa della Brexit, la polvere dei commenti a caldo s’è posata a terra e si sta sedimentando. Si può cominciare a ragionare in modo meno emotivo ed estemporaneo. E ci si può concedere il lusso di commentare i commenti, non per il gusto di avere l’ultima parola o per la pigrizia di approfittare dei pensieri altrui per modellare i propri, ma perché i commenti che si sono letti e sentiti in giro aiutano a capire le radici della crisi irreversibile dell’Unione Europea.
Due cose mi hanno non dico colpito, ma addirittura sbalordito nelle reazioni della stampa mainstream e dei suoi lettori: la delegittimazione del voto e il disprezzo verso gli elettori anziani. Da un capo all’altro d’Europa si sono rincorse le voci di chi diceva che non era stato giusto permettere ai britannici di mettere ai voti la loro partecipazione all’Unione Europea, che l’oggetto del contendere era troppo complesso e sofisticato per consentire a chiunque di esprimersi e di concorrere a determinare la decisione finale. In Italia Mario Monti e Carlo De Benedetti hanno usato la stessa espressione per bollare l’esercizio della sovranità popolare: «Un abuso della democrazia». Molti si sono rallegrati che la Costituzione italiana non ammetta referendum in materia di trattati internazionali.
Ancora più sconcertanti le reazioni alle analisi secondo cui la maggioranza degli elettori anziani avrebbe votato per il “sì” all’uscita, mentre la maggioranza dei giovani (che però hanno registrato un tasso di astensione più alto di quello di altri gruppi di popolazione) avrebbe optato per il “no”: «I giovani pagheranno le decisioni degli anziani», ha titolato in Italia Il Fatto quotidiano, mentre La Stampa ha scritto: «I più anziani hanno deciso il futuro dei più giovani. Vivranno le conseguenze del voto per una media di 69 anni, a fronte dei 16 degli ultrasessantenni». In Francia la giornalista di Le Monde Helene Bekmezian ha diffuso un twitter che suonava così: «Il diritto di voto è come la patente di guida: a una certa età, diciamo la verità, dovrebbe essere ritirato». Mentre il neogollista François Fillon ha dichiarato che i giovani dovrebbero avere a disposizione due voti.
La manifestazione di ostilità a quella forma basilare di esercizio democratico che è la consultazione elettorale degli aventi diritto merita un approfondimento. Non è reazione momentanea dovuta a stizza per un risultato opposto a quello che il commentatore sperava. L’allergia per la democrazia intesa come potere di decisione da parte del popolo nell’ambito dell’Unione Europea viene da lontano, si è sostanziata nel famoso deficit democratico delle sue istituzioni e a lungo andare ha innescato reazioni di rigetto: negli ultimi undici anni elettori di vari paesi affiliati alla Ue hanno votato contro i suoi trattati. Ricordiamo i “no” alla Costituzione europea da parte di Francia, Olanda e Irlanda. L’esito di quei referendum fu poi aggirato in vari modi, ma il campanello d’allarme era suonato. È curabile l’allergia alla democrazia dell’Unione Europea? Io credo di no, e credo anche che questa sarà una delle cause della sua futura disgregazione.
I padri fondatori dell’Europa Schuman, Adenauer e De Gasperi diffidavano dei loro popoli avendo tutti fatto l’esperienza, seppure con gradazioni diverse, del consenso popolare a dittature e totalitarismi: Hitler conquistò il potere in Germania con una sonante vittoria alle elezioni del 1933, in Italia il fascismo salì al potere con un colpo di mano ma seppe conquistarsi un consenso maggioritario nel giro di pochi anni, in Francia la propaganda collaborazionista e il governo di Vichy convinsero moltissimi francesi ad accettare l’occupazione nazista o a collaborarvi attivamente.
Anche in altri paesi europei l’occupazione nazista incontrò significativi consensi popolari: pensiamo all’Olanda, all’Ungheria, ai tre paesi baltici. Per garantire la vittoria dei partiti democratici filo-occidentali nelle prime elezioni del Dopoguerra furono necessari i miliardi di dollari del Piano Marshall e la messa al bando in Italia del Partito fascista e in Germania di quello comunista. Venne la Guerra fredda, e l’integrazione dell’Europa non comunista in parallelo alla costituzione della Nato divenne questione di vita o di morte per le neonate democrazie: in paesi politicamente polarizzati come l’Italia e la Francia non la si poteva certamente affidare agli umori del voto popolare.
Insomma, le élite europee di oggi concordano almeno in un punto col modo di pensare dei padri fondatori: oggi come allora nell’esercizio della sovranità da parte del popolo vedono un pericolo, il pericolo dello scivolamento verso il nazionalismo o verso il totalitarismo. Per evitare il ritorno della guerra in Europa, il ritorno del razzismo, la ripetizione della Shoah, la sostituzione del totalitarismo nazista o fascista con quello comunista occorreva sostituire le sovranità nazionali con una sovranità sovranazionale affidata alle élite politiche e tecnocratiche.
Nascono così quelli che Lucio Caracciolo definisce i tre articoli di fede del credo europeista: «a) lo Stato nazionale è categoria del passato, al meglio quale stadio della transizione all’Europa unita, al peggio come produttore di guerre mondiali; b) l’Europa non è mai il problema, è sempre la soluzione – bonum per se – da cui deriva la superiorità del metodo comunitario sull’intergovernativo; c) la democrazia rappresentativa, in quanto storicamente incardinata negli Stati nazionali, è categoria imperfetta, da cui il grado comunitario-tecnocratico deve assicurarsi immune, per compensarne i difetti (ovvero la sensibilità all’opinione pubblica e al periodico voto popolare, ribattezzati “populismo”). Corollario: peggio del parlamentarismo è solo il referendum, tanto che prassi vuole debba ripetersi qualora abbia prodotto esiti avversi al “consenso di Bruxelles”, fino a sancire il risultato giusto».
Quanto fin qui detto aiuta a capire lo stomachevole fenomeno del dileggio e della deprecazione del voto degli ultrasessantenni. In tutte le culture non occidentali sotto la luce del sole, quelle del passato ma anche quelle contemporanee, l’anziano è l’incarnazione della saggezza, perché avendo vissuto di più conosce più cose e le conosce meglio, ed è rispettato e onorato in quanto simboleggia la tradizione e l’identità. Se nell’Africa sub-sahariana si decidesse di attuare la proposta di François Fillon, i due voti a testa verrebbero concessi agli anziani, non ai giovani, sulla base del fatto che i primi sono più saggi dei secondi, perché hanno vissuto di più e perché sono più vicini, in tutti i sensi, agli antenati.
Ora non si può pretendere che gli europei, figli dell’illuminismo e quindi dell’abolizione della nozione di auctoritas, venerino gli anziani e la famiglia come in Cina o in Africa o nel Vicino Oriente, ma almeno che continuino a rispettare la Carta europea dei diritti umani, sì. All’articolo 21 infatti si legge: «È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale».
Perché gli europei vorrebbero discriminare gli anziani in ambito politico? Perché gli anziani incarnano la storia e l’identità, e storia e identità sono le due cose che il progetto dell’Unione Europea intende cancellare. Per gli “europeisti” la storia europea è storia di guerre, imperialismo, discriminazioni e genocidi, di cui l’identità nazionale è il brodo di coltura. L’Unione Europea, allora, non è un progetto nato per valorizzare la civiltà europea nella sua concretezza storica, ma per creare un’Europa cosmopolita che finora non è mai esistita, e che rappresenterebbe la realizzazione politica di un’astrazione.
Le cose più chiare su questo argomento le ha scritte il sociologo tedesco Ulrich Beck: «L’Europa cosmopolita è stata costruita come antitesi dell’Europa nazionalista e delle devastazioni tanto morali che fisiche di cui quest’ultima è stata causa». Perciò l’europeismo «chiama l’Europa a fuggire lo specifico, il radicamento, l’eredità e l’appartenenza. Non è accidentale che l’europeismo accetti una definizione procedurale. L’altra faccia di questa vacuità sostanziale è la tolleranza radicale, l’apertura radicale, questo è il segreto dell’Europa».
Per questo motivo l’Unione Europea potrebbe domani comprendere al suo interno non solo la Turchia, ma il mondo intero: essere europei non è avere una storia e appartenere a una civiltà, è sottoscrivere una serie di valori e aderire a delle procedure. L’Unione Europea sarebbe una mutazione dell’idea imperiale dell’antichità e del Medio Evo: non più un’entità che si definisce per opposizione, identificando sé con la civiltà e quel che sta fuori con la barbarie, ma che è aperta a tutti e a tutte le differenze sulla base del principio di non discriminazione.
Gli elettori britannici hanno evidentemente rigettato questa idea di Unione Europea. Hanno rivendicato i diritti dell’identità storica, l’esercizio della sovranità popolare, la continuità della civiltà preesistente. Che non sono cavalli di battaglia di proprietà esclusiva dei leader populisti come Nick Farage, Marine Le Pen o Matteo Salvini, o formule di nobilitazione dei sentimenti xenofobi delle plebi. Intellettuali al di sopra di ogni sospetto hanno espresso concetti che oggi suonano euroscettici.
Michael Walzer, filosofo americano egualitarista, metteva in guardia già trent’anni fa che «abbattere i muri dello stato non significa creare un mondo senza muri, ma creare un migliaio di piccole fortezze». Davvero un aforisma su cui meditare, oggi. E già vent’anni fa lo storico neozelandese John Greville Agard Pocock denunciava, come spiega Lucio Caracciolo, «l’ossessione europeista di ricomporre le storie nazionali o locali in una superiore, armonica, definitiva storia europea». Ossessione che «deriva dal rifiuto ideologico della sovranità implicito nel rigetto della responsabilità democratica». Ma, scriveva Pocock, «sovranità e storiografia, una voce per controllare il proprio presente e una voce per controllare il proprio passato, sono stati e restano i mezzi necessari grazie ai quali una comunità afferma la propria identità e offre un’identità agli individui che ne sono parte».
Caracciolo tira la conclusione: «Ma se sovranità e storia debbono scomparire, su che cosa fonderemo un’identità, europea o meno? Nel rifiuto della storia in quanto legittimazione della sovranità e criterio d’identificazione della comunità sta la ragione prima del tramonto del credo europeista».
E questa è anche la critica che Alain Finkielkraut ha sempre fatto al processo di integrazione europea: l’universalismo astratto dei valori si scontra col fatto che ogni valore si presenta attraverso realizzazioni storiche. Non esiste “la” democrazia, ma le democrazie britannica, francese, americana, italiana, israeliana, eccetera. Perciò non si possono affermare dei valori senza affermare la specifica civiltà che li porta e li compie. Se si tagliano completamente i ponti con la civiltà da cui si proviene, non si costruisce l’Impero europeo del bene universale, ma una tecnocrazia e un supermercato mondiale.
Questo è l’equivoco che sta affondando l’Unione Europea, e che fa dichiarare a Finkielkraut in una trasmissione radiofonica di commento alla Brexit: «Gli eurocrati se la sono meritata».

Foto Ansa


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Perchè l'integrazione degli immigrati è impossibile

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Perché l’integrazione degli immigrati è impossibile

Aprile 12, 2016 Rodolfo Casadei

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Non c’è dubbio che la visita di papa Francesco nell’isola di Lesbo in solidarietà coi richiedenti asilo che arrivano dalla Turchia e che vorrebbero essere accolti in Europa rilancerà il dibattito sull’emigrazione di massa nel nostro continente. E tornerà a frullare nelle teste e a rimbalzare da un giornale a un talk-show la parola “integrazione”. L’unica su cui si registra una certa unanimità: che si sia favorevoli o contrari all’immigrazione, che si simpatizzi per i ponti oppure per i muri, che si vogliano lasciar passare grandi masse oppure quasi nessuno, tutti in Europa mostrano di essere d’accordo sul fatto che gli immigrati in ogni caso devono integrarsi e devono essere integrati. Per alcuni l’integrazione è sinonimo di assimilazione, per altri significa conformità coi valori fondamentali affermati nelle costituzioni nazionali, lasciando un po’ di spazio alla diversità culturale. Per alcuni gli immigrati devono diventare come noi, tali e quali a noi; per altri la loro diversità è benvenuta purché sull’essenziale dei valori politici e civili che regolano attualmente la convivenza sociale nei paesi dell’Unione Europea essi si conformino. Per alcuni l’integrazione ricade principalmente sulle spalle dei migranti, che devono dimostrare la volontà di adattarsi al nostro modo di vivere, per altri ricade soprattutto sui paesi ospitanti, che devono impegnarsi a offrire scuola, formazione e lavoro ai nuovi arrivati e ai loro figli, e a vigilare sulle discriminazioni.
A criticare il mantra dell’integrazione sono pochi.
Certamente un Fabrice Hadjadj, che ha scritto che gli attentatori di Charlie Hebdo erano figli di immigrati perfettamente integrati, ma «integrati al nulla» della cultura postmoderna reale che vige in Europa, centrata sul consumismo e sull’edonismo.
Su Italia Oggi è apparso un paio di settimane fa un intervento contro corrente di Marco Cobianchi, che faceva notare come l’insistenza sull’integrazione non sia realistica. Ogni essere umano, spiegava, è convinto che la sua cultura sia superiore o perlomeno soggettivamente preferibile a tutte le altre. Perciò insistere sull’integrazione degli immigrati alla cultura europea può solo provocare reazioni di rigetto (che si notano soprattutto nelle seconde generazioni, aggiungo io).
«Se in Occidente continuiamo a pensare che il problema sia l’integrazione», scrive Cobianchi, «anche noi facciamo i radicali e, implicitamente, sosteniamo, di fronte ad altri radicali (quelli che vogliono imporre l’islam col jihad – ndr), che la nostra cultura è migliore della loro. E ci sono milioni di motivi che possono dimostrare la superiorità della cultura occidentale rispetto a qualsiasi altra. Ma ai nostri occhi, non agli occhi delle persone che appartengono ad un’altra cultura, le quali continueranno a pensare il contrario. Di questo passo si arriva inevitabilmente a quello scontro di civiltà che proprio la retorica dell’integrazione vorrebbe evitare».
La conclusione del suo ragionamento è che non si possono avere insieme immigrazione e integrazione: se si accetta – o si subisce, a seconda dei punti di vista – l’immigrazione, il multiculturalismo è inevitabile.
Sono d’accordo con la prima parte del ragionamento di Cobianchi, ma non sulla conclusione, cioè sulla prospettiva che ci siano «visioni del mondo, della storia, della vita e della morte, del destino che possono (…) convivere, ma non integrarsi». Anch’io sono convinto che l’integrazione non ci sarà. Ma sono anche convinto che non ci sarà neppure convivenza nel senso che normalmente si dà a questa parola. Ci sarà piuttosto una balcanizzazione dell’Europa, o soluzioni in stile apartheid così come i nazionalisti boeri sudafricani lo teorizzavano, cioè forme di sviluppo separato (che non può essere completamente separato, come i bianchi sudafricani scoprirono a proprie spese).
L’integrazione non avrà luogo: i milioni di stranieri che si stanno trasferendo in Europa non saranno integrati. Né nella forma dell’assimilazione, né nella forma del multiculturalismo attenuato dalla lealtà verso le costituzioni nazionali vigenti. Per molti motivi, dei quali i principali sono l’alto numero dei nuovi arrivati, lo squilibrio fra i tassi di natalità dell’Europa e quelli di Africa e Vicino Oriente e il basso costo dei trasporti e delle comunicazioni nell’epoca della globalizzazione. Chi richiama l’attenzione sugli esempi del passato per confutare la tesi dell’impossibilità dell’integrazione non tiene conto delle differenze esistenti fra l’emigrazione di ieri e quella di oggi. Gli emigranti europei nelle Americhe sono stati perfettamente integrati: italo-americani come Frank Sinatra, Robert De Niro o Frank Giuliani, o italo-argentini come Juan Manuel Fangio, Cesar Luis Menotti o Jorge Mario Bergoglio ora papa Francesco, sono veri statunitensi e veri argentini, la loro italianità riducendosi a un dato biografico e a qualche elemento folkloristico. Culturalmente e psicologicamente sono dei nordamericani e dei latinoamericani, non sono degli italiani. Però i loro genitori o antenati sono emigrati in terre spopolate, le loro famiglie avevano tassi di natalità prossimi a quelli di chi già viveva nei paesi dove sono emigrati, i loro viaggi di là dall’oceano erano virtualmente senza ritorno a causa della distanza e dei costi da sopportare, la persistenza di legami e rapporti con la patria d’origine era estremamente labile in assenza di forme di comunicazione diverse da quella postale. Oggi chi emigra resta in contatto con la terra di origine attraverso le tecnologie informatiche che permettono di comunicare a prezzi bassissimi o comunque contenuti (e-mail, social media, telefoni cellulari); le tivù satellitari che ogni sera riversano notizie della patria nella lingua madre e i viaggi aerei low cost che permettono di fare la spola fra il luogo di nascita e quello di emigrazione più volte all’anno con costi contenuti, fanno sì che il cordone ombelicale col mondo di provenienza non venga mai tagliato. Oggi non ci sono fattori materiali come la grande distanza e gli alti costi per superare la distanza che costringano gli emigranti allo sradicamento completo e all’adattamento alla nuova realtà.
Poi c’è il fattore demografico: gli immigrati fanno molti più figli degli indigeni europei. Il tasso di fertilità nella Ue è di 1,6 figli per ogni donna in età fertile; nel Medio Oriente e Nordafrica è di 3 figli, nell’Africa sub-sahariana è di 5 figli. Perché una popolazione giovane e numericamente in ascesa dovrebbe conformarsi ai valori di una popolazione senescente? Ha detto Massimo D’Alema che l’Italia ha bisogno di 30 milioni di immigrati nell’arco di 20 anni per mantenere il sistema pensionistico e rilanciare la crescita economica. Se “noi” abbiamo bisogno di “loro” più di quanto loro abbiano bisogno di noi, perché loro dovrebbero adattarsi a noi e non piuttosto viceversa? È intuitivo che un’Italia dove arrivano e fanno figli 30 milioni di stranieri nel giro di 20 anni non sarebbe più l’Italia ma diventerebbe un’altra cosa. Gli immigrati tenderebbero a vivere fra loro, occuperebbero spontaneamente porzioni di territorio, diventerebbero la maggioranza dei residenti in certe aree, e non si capisce perché, essendo la maggioranza, dovrebbero vivere secondo i desiderata della minoranza. Il problema nasce proprio qui, nasce dal rapporto fra maggioranze e minoranze nei paesi moderni. Ed è qui che nasce la mia convinzione, diversa da quella ipotizzata da Cobianchi, che non sia possibile nemmeno la semplice convivenza in alternativa all’integrazione.
La forma dello stato-nazione europeo, frutto ideale dell’incrocio fra illuminismo e romanticismo e prodotto delle guerre e dei moti popolari ottocenteschi, è del tutto inidonea alla convivenza fra comunità profondamente diverse per valori e visioni della vita. Al contrario della forma imperiale. Gli imperi centrali demoliti dall’esito della Prima Guerra mondiale –Impero austro-ungarico e Impero ottomano – erano entità politiche multiculturali e multireligiose, nelle quali convivevano popolazioni diverse per lingua, cultura e fede religiosa. Ogni etnia e ogni comunità confessionale si regolava secondo le proprie convinzioni e tradizioni, tradotte in norme di diritto comune e di codice di famiglia. Al potere imperiale andavano versati tributi sotto forma di tasse e di reclute per l’esercito, in cambio dell’autorizzazione a un ampio autogoverno. Le leggi e i provvedimenti che originavano dall’imperatore non potevano, ovviamente, essere sindacati. E nessuno ci provava.
In una democrazia moderna la cosa non può funzionare: non esiste un’autorità insindacabile sovrastante il popolo, le leggi sono l’espressione della volontà maggioritaria dei cittadini attraverso la mediazione parlamentare. Le leggi approvate dalla maggioranza valgono per tutti e tutti devono accettarle. Questo modo di funzionamento della politica presuppone una certa omogeneità culturale: ci si divide e si discute su tanti argomenti, ma alla fine chi si ritrova in minoranza accetta, anche se malvolentieri, la volontà della maggioranza perché ciò che unisce è più profondo di ciò che divide. La maggioranza tende – almeno fino a qualche tempo fa, oggi si comincia ad annusare odore di neo-totalitarismo – a lasciare qualche spazio alla minoranza. Gran parte dei paesi europei ha deciso purtroppo di legalizzare l’aborto, ma almeno è stato riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza per chi potrebbe essere chiamato a praticarla.
Ora, è evidente che democrazia liberale e pluralismo culturale assoluto non possono convivere. Come si può legiferare su un tema come la blasfemia in un paese dove le opinioni sono radicalmente opposte? Se metà della popolazione pensa che le offese a Dio meritano la pena di morte, e l’altra metà pensa che sia diritto di ogni artista reale o presunto e di ogni umorista reale o presunto offendere la divinità in nome di messaggi estetici, satirici, comunque concettuali, come possono queste due metà convivere nello stesso stato? La metà messa in minoranza dalla legge non si considererà più veramente cittadina dello stesso Stato, non riconoscerà più la legittimità di chi governa.
Ecco perché io credo che l’Europa, dopo 70 anni di processi di integrazione, vada incontro alla più grande disintegrazione della sua storia dall’epoca della fine dell’Impero Romano. L’immigrazione proseguirà, gli stati si frammenteranno di diritto o di fatto a causa delle differenze culturali fra vecchi e nuovi abitanti. Ci scambieremo merci, servizi e manodopera, ma scordatevi l’Europa unita nell’Inno alla gioia di L. van Beethoven.

Foto Ansa


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sabato 16 luglio 2016

Delocalizzazione


Articolo preso da:
http://www.assbb.it/contenuti/file/2005_03_02.pdf

Gli F35 rischiano di diventare obsoleti per progressi di Russia e Cina

Articolo preso da:
http://it.sputniknews.com/mondo/20160327/2355986/USA-Aviazione-Tecnologia-Difesa-Geopolitica.html



Caccia americano F-35 (foto d'archivio)

Gli F-35 rischiano di diventare obsoleti per progressi di Russia e Cina

© Foto: Public Domain
MONDO

Il Pentagono ha esteso la durata del servizio del cacciabombardiere F-35 fino al 2070. Questa decisione regala ad altri Paesi una grande vantaggio in termini di tempo per raggiungere e superare gli Stati Uniti nella tecnologia, ritengono gli esperti.

La Russia e la Cina hanno i mezzi per rispondere agli F-35 degli Stati Uniti, ritiene l'editorialista della rivista "The National Interest" Dave Majumdar. Tanto più che questo caccia dovrà servire nelle forze armate americane per quasi 55 anni.
Questa settimana il Pentagono ha annunciato che la durata del servizio degli F-35 è stata estesa per 6 anni. L'aereo verrà dismesso solo nel 2070. In precedenza era stato riferito che gli F-35 sarebbero stati prodotti in serie fino al 2038, mentre sarebbero stati dismessi nel 2064.
Non vi è alcuna certezza che non cambi la situazione nel mondo rispetto alla durata del servizio degli F-35. La Russia e la Cina stanno rapidamente recuperando terreno sugli Stati Uniti in termini di tecnologia, rileva il commentatore.
"Tuttavia nella tecnologia gli sviluppatori cinesi e russi ci avranno superato finchè faremo affidamento su una tecnologia che ci ha dato vantaggio per un quarto di secolo. Quando si crea un aereo da combattimento, facciamo una scommessa ed è improbabile rivedere questa strategia fino a quando le nostre forze sono orientate per il no," — "The National Interest" cita l'articolo sugli F-35 del colonnello Mike Pietrucha dal sito "War On The Rocks".